De Benoist/ Quando la sovranità sparisce i popoli muoiono

Nei giorni successivi la presentazione del Documento di economia e finanza del governo Renzi e la comoda semplificazione, supina, alle regole della copertura degli 80 euro in più garantiti in busta paga dalla mano di «colui che veglia», sull’opera italiana del neo liberismo alla Presidenza del Consiglio, è in uscita l’ultimo saggio tradotto in lingua italiana di Alain de Benoist. Poteva scegliere un titolo meno appropriato ? Diciamo che La Fine della Sovranità, come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli, va più che bene. Figuriamoci poi, dopo esserci accertati della solita paccottiglia ancora in circolazione, nella stragrande maggioranza, dei messaggi elettorali di queste ultime elezioni europee; sorteggiati e facendo mente locale delle migliori prestazioni al parlamento europeo (?) e, perennemente disposti a ripetere quanto a credere, nella solita orazione collettiva: “l’UE raffigura l’Europa e per cui dobbiamo uscirne”.

Meglio così e peggio per tutti coloro cui piace trastullarsi con ciò che sembra un’opera politica dell’incapacità contemporanea. La prefazione del libro, a cura di Eduardo Zarelli, pone giudiziosamente le basi per comprendere sin dalla prime righe, l’epigrafe monumentale e l’operosità della forma-capitale: la sua evoluzione da tutti noi ampiamente dibattuta e la sovranità dei popoli, ridotta sempre più a un lumicino. Certo, non gliene vorrà il guru del marketing Guy Kawasaki dall’alto delle sue formulazioni sul “nuovo” che avanza, abbondantemente illustrate nel suo libro L’arte di chi parte (bene). Disinteressandosi però, di tutte le disgrazie relative all’attuazione della governance tanto cara all’autore, estesa anche ai governi; quella credulità modernista da assimilare alle nuove imprese che nascono, illuminando le possibili buone riuscite nel business d’impresa, tramite l’uso e la sagacia di un linguaggio espressivo da chi nella vita c’e’ l’ha fatta. Per meglio dire, c’era riuscito (E. Zarelli al contrario di Kawasaki non dimentica il cervello), appoggiandosi come gli Stati, al circolo vizioso dell’indebitamento dai tassi d’interesse vertiginosi «e di chi è direttamente o indirettamente contiguo alle banche creditrici e alla speculazione del mercato». Chapeaux Eduardo. Adieu Guy e alla sistematicità di un hawaiano nato a Honolulu (sic…) con piedi e mani immersi nell’imprenditoria della Silicon Valley.

Il parassitismo e le lobby finanziare pare abbiano deciso di che morte deve morire l’Europa, cara a chi ancora sa distinguere una possibile autonomia, persino di giudizio, dalle abbreviazioni intergovernative riconosciute solo su un pezzo di carta: la ghigliottina del “fiscal compact”e l’autoreferenzialità delle corporazioni professionali. Nel caso non dovesse bastare l’unguento utile per la corretta funzionalità della lama a doppio taglio del finanziamento della BCE, coordinata da Mario Draghi e finalizzato al settore bancario alla modica cifra di mille miliardi di euro spalmati in un solo triennio e, applicando un tasso di interesse all’1% ( E. Zarelli cita giustamente l’improvvisa ondata di denaro riversatasi nei forzieri della banche italiane che ammonta a 260 miliardi. Non è stato restituito un solo euro), suona strano quanto gli istituti finanziari si siano guardati bene dal finanziare i loro maggiori contribuenti. Una “casualità” a danno dell’economia reale, acquisendo subito dopo i debiti pubblici degli stati insolventi e applicando a loro volta dei tassi che oscillano dal 3,5% al 7,5% ?

Secondo l’analisi di Alain de Benoist, se vogliamo, sintomatica, delle variabilità sociologiche alla base della “nuova” mondializzazione (globalizzazione) e dei passaggi intermedi che hanno favorito il riassetto attuale da un’economia internazionale a un’economia globalizzata, è impossibile non tenere conto della deterritorializzazione di più settori, volta ad un mercato planetario. Dall’avvento delle banche universali, sostenute in Italia da Guido Carli e Maurizio Scaroni a seguito della seconda direttiva CEE in vigore sin dall’1 gennaio 1993, che sancì il mercato unico dei servizi finanziari (vedasi l’art.28) e le due vie per creare gli istituti di credito, possiamo trarne alcune conclusioni: la prima forma giuridica implica la possibilità per le banche di costituire una struttura con lo stesso iter delle società per azioni; la seconda consente invece, di costituire delle società cooperative per azioni a responsabilità limitata. Una censura irrispettosa delle regolamentazioni dei singoli stati connessa alla mondializzazione? Alain de Benoist non si sofferma su un’unica interpretazione terminologica, specificando l’esistenza di diverse tipologie di mondializzazione supportate dal Capitalismo Pneumatico; quali, la mondializzazione tecnologica, culturale e sociale, che a partire dal secolo scorso, hanno minato le fondamenta degli stati sovrani sospinti dalla sovranità economica, dalla sovranità militare e culturale.

L’opera di Alain de Benoist non ha la presunzione di un saggio economico e sociale rivolto ai mali delle nazioni europee occidentalizzate. Districandosi nei dettagli del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e, riuscendo a frazionare “l’impegno irrevocabile” di un trattato firmato a Bruxelles il 2 febbraio 2012 dai governi europei, pone concretamente più possibilità di uscita dall’incubo vizioso di un meccanismo propenso ad auto-capitalizzarsi, mediante l’indebitamento degli stati membri. Il capitale iniziale del MES, stabilito in 80 miliardi di euro, verrà aumentato a 700 miliardi e il peso della capitalizzazione del “salva stati” domiciliato in Lussemburgo, riconducendo in particolar modo all’articolo 9 del trattato, unisce l’abilità subalterna della rappresentanza politica che siede al Parlamento Europeo e in Commissione: « i membri del MES si impegnano in maniera irrevocabile e incondizionata a versare i fondi richiesti dal direttore generale nei sette giorni che seguono la ricezione della suddetta richiesta». Un ottimo escamotage per dilapidare le esigue risorse economiche degli stati europei, accelerandone la marcia verso la miseria ? Il tributo che l’Italia dovrà pagare è di 125,3 miliardi di euro e quello della Francia sfiorerebbe i 142,7 miliardi. Entrambe, alle prese con la follia programmata dell’austerità e del triplo indebitamento, in vista dell’esborso, saranno costrette a loro volta a contrarre debiti e quindi ad essere soggette all’aumento dei tassi delle banche creditrici pur di elargire la linfa vitale ad un organismo sovra-europeo.

Molto interessante la disamina, concretizzabile, di un primo approccio ad una forma di protezionismo europeo e la nazionalizzazione delle banche. E’ impensabile restituire agli stati la legittimazione di contrarre prestiti presso le proprie banche centrali, senza passare per forza di cosa attraverso gli istituti di credito privati? Nella peggiore delle ipotesi, de Benoist, ne scorge un allontanamento e nell’insieme, un rallentamento graduale dell’ipnotismo reverenziale dell’alta finanza speculativa; sempre pronta ad intervenire quando la volontà dei governi è prossima alla finanziarizzazione dell’economia irreale e al profitto massimo raggiunto grazie all’imposizione fiscale eccessiva da applicare al disavanzo dei deficit pubblici. Ristabilendo le giuste distanze dalle leggende conformiste del sistema liberale, generosissimo nel celebrare a distanza di parecchi anni gli accordi di Breton Woods e l’operato su scala globale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, l’ideologia della mondializzazione continua a beneficiare dei profitti del capitalismo moderno, sposandone un’unica mission: distruggere la capacità protettrice degli spazi definiti e delle loro risorse, disgregati dall’azione propulsiva del libero scambio, riducendoli come scritto da Manuel Castells a mere individualità, ad uno «spazio dei flussi» spoliticizzati.

Alain de Benoist, riporta nel suo libro una citazione dell’economista e saggista Hervè Juvin, cui non possiamo sottrarci dal constatarne gli effetti riconoscibili nella società europea: «la società politica liberale tenta di spingere verso l’astrazione del soggetto di diritto, lo spoglia di tutto ciò che fa dell’individuo un essere in carne e ossa con un passato, delle origini, dei legami, una terra e una storia, per renderlo fluido, liquido, mobile, indefinitamente. In questo senso, la cultura-mondo è davvero una negazione della condizione umana». Aggiungeremmo, visto le ultime sferzate contro la regolamentazione dei flussi di capitali e delle merci a spese dell’occupazione, delle attività produttive e a favore delle delocalizzazioni, la colpa è davvero della moneta unica e dell’incapacità di discernere la realtà dalla finzione sull’uscita dall’euro? Oppure, forse, di coloro che facendo le veci dei popoli, continuano a svenderne la sovranità ad un ingranaggio che Ezra Pound collocò alla nascita del sistema moderno, sorto per imporre la schiavitù avvalendosi del debito infinito? L’Accordo Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) tra l’Unione Europea e gli Usa, conferma la volontà di istituire la più grande zona del libero scambio ideata per assorbire al suo interno ottocento milioni di consumatori.

Un progetto giunto a termine grazie all’impegno dei club finanziari e liberali, volto ad agevolare la libertà e il raggio d’azione delle multinazionali del credito, dell’alta finanza, del commercio e dell’investimento, libere di scorazzare a loro piacimento nella vastità messa a loro disposizione; senza essere soggette a obblighi doganali e avvalendosi della deregolamentazione del mercato servita in un piatto d’argento. A farne le spese e a subire l’occidentalizzazione della “Scuola di Chicago” trapiantata in Europa, è la trave portante che sorregge le norme e i regolamenti dell’UE e dei singoli stati membri, ri-convertiti agli standard commerciali americani. Dunque ? Godiamoci ancora per poco, secondo Alain de Benoist «la tutela dei cittadini, le scelte socio-culturali, le realtà storiche, geografiche, linguistiche, le tradizioni regionali e locali», prima dell’appiattimento ad un sistema unico distruttivo e contrario alla nostra autoctonicità. Siamo ancora in tempo a riprenderci la sovranità concessa ai delatori dei popoli e a fermare il travaso della nostra identità. Evitando l’offuscamento di un miraggio di inizi anni ’80, quando vivere una vita e le certezze dettate da altri, perdendo irrimediabilmente la propria, era uso comune. Il sogno di altri.

Francesco Marotta

 

Alain de Benoist

“La Fine della Sovranità, come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli”

Arianna Editrice, Bologna – 2014

Ppgg. 127 – € 9,80

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