Francesco Argento alias Tiziano Sclavi: una voce fuori dal solito coro

In una città della provincia lombarda qual è Broni, è facile perdersi in un giorno che non si discosta molto dalla notte, vittima di una monotonia ingigantita da un silenzio irreale. Il 3 marzo 1953, l’anno in cui nacque nel centro dell’Oltrepò pavese Tiziano Sclavi, la routine cedette il passo all’incomprensibile. Diventato celebre, grazie alla creazione di uno dei fumetti di punta della Sergio Bonelli Editore, “Dylan Dog”, Francesco Argento alias Tiziano Sclavi , nome d’arte utilizzato nelle sue prime scritture in onore di Dario Argento e del cantautore Francesco Guccini, è rimasto fortunatamente illeso dalle classificazioni di un genere quello Horror, fin troppo abusato e stereotipato.

L’ambiente in cui cresce fortifica un’indole noir, ugualmente distinguibile in una Milano priva dell’incedere dei locali alla moda ma caratterizzata da una fitta nebbia autunnale e dai marciapiedi colmi di foglie di ippocastano. Il Nero, così lo chiameremo per la sua propensione a un colore che non racchiude solo l’angoscia ma un confine illimitato dove tutto è ben definito, da superare, oltre il quale qualsiasi cosa è avverabile, riconobbe in sé l’estensione di un ambiente prodigo di possibili avvenimenti irreali. Dalle fatalità nel comporre avventure inconsuete, nei primi tempi a metropoli si affaccendò in un’interminabile gavetta che consolidò irrimediabilmente il suo stile.

Oggi il Nero è un autore affermato, uno sceneggiatore di fama, un compositore, coautore di canzoni complesse. Nell’ottobre del 1993 edito da Camunia uscì Nel buio, romanzo-raccolta di canzoni, esteriorizzazioni di uno stato d’animo in cui molti ne interpretarono l’acutizzazione dell’angoscia umana dovuta a turbe depressive. In realtà, slanci su un mondo reale e cinico in cui Sclavi trasfigura l’orrore del quotidiano inespressivo, tramutandolo nella narrazione di una società dualistica, metodica, priva di ogni predisposizione utile a comprendere le difficoltà di molti nel vivere la propria vita in un contesto soffocato da pochi attimi di fervore. Le sue graffianti ballate sono un inno alla necessità di vivere al fianco della morte e dell’amore. Un umorismo esuberante che in alcuni tratti rievoca una forte propensione ad una impresa impossibile: condurre la propria vita in un’interminabile corrispondenza con se stesso.

Parecchi detrattori imputano a Sclavi pochi romanzi all’attivo, dieci in esattezza, non molti per una personalità così controversa. Sono lontani i ricordi degli anni in cui Francesco Argento collaborava con un numero incalcolabile di riviste. Il suo è un riserbo particolare, senza richiami banali, fuori dall’ordinario. La lunga astensione di chi sceglie in mancanza di idee il silenzio invece dell’arrembanti tematiche da palesare ciclicamente, frutto spesso di facili ponderatezze.

Un libro in particolare, Non è successo niente, (pubblicato nel 1998 da Mondatori) va ricordato. I personaggi del si intersecano in una trilogia che non è certo un supplemento a velleità multilingue. Anzi, in essa e nei suoi tre personaggi trapela un percorso esistenziale non del tutto autobiografico, alternato a periodi e minuziosità al limite di una corsa contro il tempo; un’accelerazione notevole, lontana dall’ennesima predilezione ad una realtà standardizzata. Tre vite e tre certezze nell’aver vissuto sino a un fondo di bottiglia, quale è la società odierna, uscendone indenne, conscio della gaiezza nell’ardire e dell’osare una vita all’insegna del superamento di ogni steccato precostituito.

Grazie anche a intuizioni vicinissime ad alcuni concetti nietzschiani, combattendo per primo le proprie convinzioni prima di combattere quelle altrui, rilevandone l’inconsistenza, come direbbe con le sue parole e, il suo italiano esibito con fierezza, in una delle molteplici esternazione del suo libro; “Meglio non scrivere e passare per finto che scrivere e togliere ogni dubbio.” Un’esortazione a fare a brandelli molte incognite adeguate ai tempi, dove oggi, una serata sempre uguale è diventata consuetudine, un deserto intangibile, reso misero di valide certezze.

Atmosfere tali da creare assieme a Mauro Marcheselli e Bruno Brindisi, rispettivamente ideatore del soggetto e disegnatore dell’album N° 121 dell’indagatore dell’incubo: Finché morte non vi separi, un capolavoro delle verità intrinseche dell’animo di Francesco Argento, capace di mettere a nudo il suo alias, riprendendosi la lucidità mentale di Tiziano Sclavi. Erroneamente giudicato un racconto femminile per la presenza di una forte venatura malinconica-romantica, contrariamente a quanto pensano i questuanti della critica all’eccesso, contempla in ogni dialogo appassionato tra i due protagonisti Dylan Dog e Lillie Connoly, la lotta estenuante di una vita sempre giovane di chi crede in qualcosa nutrendosi d’amore, disposto a perire per un’idea. Lei irlandese e lui un inglese.  Un racconto/resoconto, avvincente memore di periodi in cui la conflittualità tra le due nazioni era una foschia ben definita da tagliare con un coltello affilatissimo per riuscire ad ottenere una sola visuale d’insieme accettabile, quella irlandese.

Una vita all’insegna di una terza possibilità capace di oltrepassare il quesito di fondo dell’albo bonelliano. Un ideale vale più di un amore? Come abbiamo visto, per Tiziano Sclavi, la vita è il più alto ideale in cui l’amore è un tutt’uno con la temerarietà di chi vive senza sosta. E come spesso accade dopo una pausa infinita, in attesa di una sua prossima fatica, dopo aver provato a credere in un quotidiano dalle ordinarie sgradevolezze, persiste una giustificazione a tutto. Rendere la propria presenza unica, non soggetta al riscatto di altri.

Francesco Marotta

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