La “ratio legis” delle multinazionali e del capitalismo

Nell’era della società dei consumi, dell’alta recessione,vi sono capisaldi dell’illusorietà intangibile del mercato e dell’economia finanziaria. Si alimentano in chiave produttiva ed economica, stratificando celermente l’ultima evoluzione del Capitalismo. Nell’ultimo saggio scritto dallo storico Francesco Cardini e dall’economista Stefano Taddei, “Capire le multinazionali” Capitalisti di tutto il mondo unitevi, ( edito da Il Cerchio iniziative editoriali), sono una materialità messa a nudo dall’ampia ricerca, talune volte marginalmente approfondita, ma incisiva, con una grazia poco femminea, ma insaziabile. L’ottimo duo coglie nel segno: muovendosi a proprio agio, addentrandosi in periodi spazio-temporali caratterizzati dalle tre trasformazioni della Forma Capitale. Tre differenziazioni cui una delle principali caratteristiche è la coercitività e l’arte di adattarsi, dal XIX secolo messa strettamente in relazione al ceto borghese e dagli anni trenta del novecento incarnata dalla grande impresa e dalla determinazione, caratteristica principale in fase d’espansione, giungendo ai giorni nostri; un terzo modello turbocapitalista, eterogeneo e delle società-reti, dall’unico filo conduttore della nuova economia, emolinfa vitale di una possibile rappresentazione del sistema della “crescita durevole.”

La scorrevolezza dello scritto, per i non addetti al settore, è un plus, un gioco di parole fuoriuscito dalle righe, un marchio di fabbrica e di garanzia. Un’opera cerebrale ma pratica sin dal titolo del libro fino ai dividendi poco societari ma crono storici. A partire dalle fondatezze di Abramo Lincoln al termine della guerra di secessione nordamericana risalenti al 21 novembre del 1864. Riflessioni che possono sbigottire un lettore poco avvezzo al percorso storico statunitense ma rilevatesi attendibili: il consolidamento delle multinazionali e la successiva corruzione negli alti livelli del Paese conseguente all’incentivazione del potere economico degli oligopoli in quanto concentrata nelle mani di poche persone. Da annoverare come un chiaro scuro aperto sul passato di un’Europa del XVII secolo, in cui le imprese transnazionali emisero i primi vagiti e la seguente, non solo anglosassone, età coloniale a forte spinta propulsiva. Apripista dell’occidentalismo ( da non confondere con l’autenticità della civiltà europea ) e di una concettualità degli spazi illimitati, della fondazione delle Compagnie delle indie in Olanda, Inghilterra e Francia, estendendone la gestione delle economie dei paesi non comunemente definiti occidentali alle corporations.

La difformità con altri testi incentrati su di una base puramente numerica è il lavoro relazionale. Ampio nella stesura statistica e permeo di un completamento analitico lampante. L’evidente influenza economica delle multinazionali, in alcuni casi paragonabile al PIL ( prodotto interno lordo) di alcune nazioni, come nel caso esemplare della Danimarca, “ forte” dei suoi 200 miliardi di PIL, superata largamente da più di una decina di multinazionali, in più graduatorie, identifica l’immane forza del lavoro delle lobbies, attente fondatrici del liberismo economico in grado di modificare il lobbismo della società e delle comunità nazionali, con l’attuale rapporto dominante delle aziende e delle imprese. Ottima la cartografia dei settori in cui le lobbies delle multinazionali hanno concentrato e diretto il raggio d’azione. Dall’approvvigionamento idrico al cibo, dal petrolio all’alta finanza, dalle risorse energetiche agli organismi geneticamente modificati, con un’unica ratio legis dell’impennata dei prezzi e del predominio. Le rigogliose oscillazioni dell’instabilità dovuta ai mercati e al debito pubblico, l’ossessione del miraggio di produttività ad ampio spettro correlato alle transazioni economiche mediate, extranazionali e non locali. L’abominio della crescita e del consumo non più sostenibili potranno indurre a una giusta collocazione dell’intendere un Prodotto multi uso, un nuovo “spirito dionisiaco” del Capitale, dell’economia e dell’industria?

Una rivisitazione arco storica di fine 800, sfavillante nella sua penetrazione, nella logica di potere d’acquisto, nella crescita senza più nessuna tangibilità, spesso e volentieri proposta anche come traccia importante dei programmi politici. L’economia reale si evolve in un’appendice dell’economia speculativa. Che sia verticale, nell’ultimo periodo orizzontale, grazie alla spregiudicatezza dell’austerità imposta dalla società dei consumi e dai governi “specialistici”, all’apparenza sembra importare poco. Il libro di Cardini e Taddei indica il contrario. A volte, la messa a nudo dell’impercettibile, aiuta. Senza più viatici e senza elucubrazioni infinite, in poche e coincise pagine, riferenti una élite che si innalzata d’innanzi ad ogni propaggine di cultura e di popoli, senza mai rivolgere lo sguardo indietro.

Francesco Marotta

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