L’ingannevole trasparenza del TTIP

A seguito della lunga scia sanguinaria che ha coinvolto un numero considerevole di immigrati e clandestini, ci siamo dimenticati di un motore che non ha nessuna intenzione di perdere giri. Tutti i pregiudizi a seguito della mancanza di omologazione e della replica dei sessi, dei livelli di valore dell’ideologia gender, vengono decentrati in blocco nella poca attenzione verso il libero scambio e le sue restrizioni. Semplicemente, passando in secondo piano. Non è sbagliato pensare che dallo scaturire di una nuova urgenza, la composizione e, ci auguriamo di no, della messa in opera del trattato TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti ), nell’intermezzo del disinteresse dei media, appaia solo una lacuna insormontabile; presentandosi con tutte le sue contraddizioni, quale è l’anomala predisposizione nello stabilire le differenze di ruoli nel pubblico e nel privato. L’esatto opposto di una società che cura i suoi interessi e che di suo, va al di là delle intese tra stati dello stesso continente, perché provvista in origine e nella sua interezza, di una natura specifica che ha caratteristiche preminenti. In Italia poi, parlando giusto appunto di libero scambio che includerebbe anche le merci, è cosa rara.

E invece, eccoci pronti a far la parte delle vittime consenzienti della forte propensione tutta rivisitata (la scoperta del fuoco ha più appeal) del “diritto di ospitalità” e di negoziazione della società ellenico-romana e, della recente scoperta dell’opera di “contrattualità delle mansioni”: dall’Unione Europea ai suoi organismi, rinunziando alle poche regolamentazioni del mercato ancora in essere, verso quel sofismo economicista che ha caratterizzato il fare degli Stati Uniti da metà ‘800 a oggi. Diciamocela tutta: siamo dei maestri nel seguire le indicazioni socio-politiche della nomenclatura che siede a Palazzo Chigi senza neppure redercene conto e facendo finta di giocare all’opposizione. Figuriamoci di chi ci dovrebbe rappresentarci a Bruxelles, che in alcuni tratti, sembra proprio che sia sprovvisto dell’intenzione e della voglia di cavar fuori qualcosa che non sia la solita abbuffata, servitaci alla mensa dei “Padri Pellegrini”. Neppure Piero Malvestiti, dopo aver conquistato la vicepresidenza della CEE nel biennio 1958-1959, potrebbe mai pensare di adoperarsi con gli stessi pessimi risultati e la stessa condotta. Talmente inefficiente negli affari esteri (tralasciamo quelli pubblici) e prossima a quello «specchio riflesso» del ricorso alle dinamiche della sociologia e delle irregolarità della politologia moderna, che si celano dietro la nuova ratio necessaria.

Non dobbiamo disperare. Abbiamo già chi fa ampio uso della dialettica per normalizzare l’impensabile, dando il cattivo esempio da seguire avvalendosi di un modello improprio: armonizzando sempre più gli obblighi di una società che non è la nostra, tendente ad una concezione matriarcale e indifferenziata, ( l’ambire ad essere una terra di Oz senza macchie non li ha certo aiutati) dalle singolari striature espansionistiche. Quasi da far pensare che le abitudini femminocentriche delle Isole Trobriand (Oceano Pacifico), siano la prassi contro l’originalità di una patria potestà, quasi mai esercitata dall’unione economica e politica d’Europa che è quasi tutta da ricostruire. Per il momento non sappiamo se verrà siglato l’accordo USA-UE sul “libero” scambio. Abbiamo solo una sicurezza che è quella che ci sprona contro una scelta disastrosa per la Comunità Europea e l’avvicinamento incondizionato, all’individualismo egualitario che guida la politica statunitense. Tutto questo rappresenterebbe una porta spalancata a quel parlare spesso e volentieri in prima persona, esercitandosi con un pronome personale. Noi. Ed è proprio la propensione a questa tendenza d’uso, a rilevarne il perfezionamento di un obbiettivo raggiunto: la spersonalizzazione della società. In ogni sua componente.

Siamo davvero sicuri di voler stravolgere quel rimasuglio di regole a favore delle corporations e delle multinazionali ? In caso di risposta negativa e prima che l’autolesionismo prenda il sopravvento, godiamoci, ancora per poco, quegli ultimi scampoli che ci regalano la salute (pubblica), l’indifferenza ad ogni accenno di finanziarizzazione dell’alimentazione e della salvaguardia ambientale. Gustandoci, contemporaneamente, la destrutturazione del sistema imprenditoriale dal basso verso l’alto, a favore di uno o più cartelli macro-sistemici con l’accentuarsi di una nuova guerra tutta privata delle telecomunicazioni, delle farmaceutiche, con un’ottima visuale sull’utilizzo da importazione dei pesticidi sintetici che solo gli “States” sanno commercializzare con risultati sorprendenti. Ma allora cosa aspettiamo? «Questa è un’offerta che non possiamo rifiutare». Una firma e, siamo sicuri, definitivamente, di levarci dai guai. Se non fosse per quel piccolo tarlo che ci affligge e la netta sensazione, più che una certezza, che sia proprio il contrario.

 Francesco Marotta

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