Intervista/ Incontro con Andrea Scarabelli, genius loci di Antarès “rivista antimoderna”

 

Eccoci qua Andrea, benvenuto su Destra.it. Siamo molto contenti di averti come ospite. Andrea Scarabelli, Direttore della Collana l’Archeometro delle Edizioni Bietti e co-ideatore con Gianfranco de Turris della “Rivista Antarès, Prospettive Antimoderne”. Quando e che cosa vi ha spinto a creare una rivista che è decisamente «controcorrente»?

Grazie a te, Francesco. È un piacere, davvero! Dunque, mi chiedi di «Antarès»… L’avventura ha inizio nel 2011. Tramite Gianfranco de Turris, cui mi lega da parecchi anni un’amicizia e una collaborazione, entro in contatto con Tommaso Piccone, direttore editoriale di Edizioni Bietti. Doveva pubblicare un libro che allora stavo curando (tuttora inedito, tra l’altro, per via di fastidiosi diritti d’autore che gli eredi non vogliono cedere). Gli porto le copie di una piccola rivista stampata in Statale, in pochissime copie numerate, dedicata a tutta una serie di autori che in ateneo non vengono affatto trattati. Spengler, mia antica passione, Jünger, Evola… Fondata dal sottoscritto insieme a un paio di amici, la rivista raccoglie soprattutto studenti di filosofia. Dopo averla sfogliata, mi chiede di poterne prendere una copia. Il giorno dopo, la proposta: che ne diresti di pubblicarla con Bietti?

In quegli anni – sembra trascorsa un’eternità… – la Facoltà di Filosofia della Statale si stava avviando, pian piano, allo studio di discipline quali la filosofia analitica e le neuroscienze. A parte rarissimi casi, questa era la tendenza. Chi scriveva su «Antarès» proprio non voleva saperne di battere questi filoni di ricerca, di origine soprattutto statunitense. Amava la filosofia della storia ma anche la filosofia teoretica “vera” (Nietzsche, Heidegger), nonché l’estetica. Ci siamo chiesti: «Se nessuno tratta queste cose, perché non possiamo farlo noi?». Dopo meno di un mese, apparve il primo numero…

 Ti va di raccontarci qualche piccolo aneddoto divertente legato alla nascita di Antarès?

Be’, la sua stessa nascita è aneddotica… Come convincere giovani autori a partecipare a un progetto in fase embrionale, che non esisteva se non nella testa del sottoscritto? Allora non avevo una casa editrice a sponsorizzare «Antarès»… Andai da ciascuno di loro e gli dissi, mentendo, di avere il numero già pronto. Manca solo il tuo contributo! Nel giro di una settimana il primo fascicolo lovecraftiano era pronto… In Statale, stampavamo la rivista nell’aula d’informatica, una cosa non propriamente legale… A gruppi di due o tre persone, chiedendo account in prestito, stampavamo i numeri, rigorosamente numerando le copie, come nella migliore tradizione delle fanzine. Gli zelanti operatori della Statale facevano finta di non vedere… Distribuivamo i numeri in giro per l’Ateneo, li lasciavamo accanto alle altre pubblicazioni studentesche. Alcune erano anche di un certo livello, ma altre, specie quelle più politiche… Non che oggi le cose siano cambiate…

 Avete descritto le caratteristiche principali della modernità e della post-modernità, del progresso, della filosofia, dell’economia, dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Spaziando da H. P. Lovecraft con ben due numeri dedicati al Maestro di Providence a Eliade e Cioran , raccontandoci delle “Lune D’Acciaio-I miti della Fantascienza”. Non vi siete fatti mancare neppure Walt Disney e le suggestioni filosofiche, delle arti, dell’economia e della metafisica. Cosa bolle in pentola per il prossimo numero ?

Il prossimo numero sarà tutto dedicato a Charles Bukowski, colonna sonora letteraria di una mia estate di tanti anni fa – una delle più divertenti, devo dire… L’Ovidio dei bassifondi, il cantore di un altro volto della modernità statunitense, celato dal destino manifesto come dal politically correct, borghese e straccione. Sarà Buk il prossimo compagno di viaggio! A seguire, poi, un fascicolo su Jorge Luis Borges, che mi sono costretto a leggere/rileggere integralmente nell’ultimo anno… Un autore straordinario, metafisico quanto mai, le cui poesie andrebbero impresse sulla soglia di qualsiasi biblioteca. E, poi, ovviamente, ci sono parecchi progetti… In particolare, mi piacerebbe allestire un numero sugli “ultimi Titani”, i grandi protagonisti della musica forte, come la chiama Quirino Principe: Bruckner, Sibelius, Wagner, Mahler, e i loro interpreti, Furtwangler, Celibidache, Karajan… Come vedi, anche a distanza di tanti anni le idee non mancano!

 È un impegno mica da poco schivare tutti gli “ismi” possibili e immaginabili. A che punto siete con la celebrata scommessa tra Faust e Mefistofele e la cura di una linea editoriale che non concede nessun richiamo al «passatismo», al «presentismo» e al «futurismo»?

Ho avuto la fortuna/sfortuna di nascere in un tempo che, a parte sacche di resistenza, ha liquidato gli -ismi… Di-isti, soprattutto da quando mi occupo di queste cose, ne ho conosciuti parecchi, e mi han sempre dato l’idea di essere dei sacerdoti spretati, vestali di dèi ormai tramontati. Talvolta è sufficiente sentirli parlare… Un linguaggio perennemente fuori tempo massimo: essere allineati, essere organici, essere irreggimentati, da una parte come dall’altra, l’utilizzo sincopato del noi, in cerca di un collettivismo che sa più di oratorio che di centro sociale… I nostri… I loro… Capisco – e in parte condivido – il loro essere impotenti innanzi a un mondo che parla un linguaggio sconosciuto, così come capisco il loro sconforto nel non poter influire su di esso. Ma dagli dèi sepolti non giunge salvezza, come scrisse Jünger. Meglio aderire senza aderire, aprirsi al nuovo senza esaurirsi in esso. Sfruttarne le possibilità, per finalità altre. Cavalcare la tigre, insomma. Il problema, poi, è che oggi, in effetti, gli -ismi sono stati sì superati, ma in nome di cosa? Da altri -ismi, ma anche da un pensiero che si pasce del nulla, una specie di nichilismo da primi della classe, declamato a piè sospinto da giornalisti e accademici. Ovviamente, anche questa forma mentis è da evitare. Al post, «Antarès» oppone il meta.

Il web ha rivoluzionato l’editoria e Antarès si può scaricare gratis in formato Pdf comodamente sul sito di Bietti. L’offerta on-line è una delle evoluzioni che sta differenziando il settore. Cosa ne pensi? E quanto contano per te gli orientamenti letterari e quanto i criteri del mercato?

Devo dire che il direttore editoriale di Edizioni Bietti è riuscito a stupire tutti (incluso il nostro de Turris), adottando «Antarès»: in un momento nel quale le riviste tramontavano, non solo ha deciso di pubblicarne una, peraltro «controcorrente», ma ha scelto addirittura di mantenerne la gratuità. La rivista, infatti, è distribuita gratis et amore dei in una serie di librerie fiduciarie, oltre a essere, ovviamente, disponibile on line in formato Pdf.

La rivoluzione dell’on line potrebbe portare anche dei benefici, specie per chi si occupa di argomenti come i nostri. Le case editrici, infatti, avrebbero la possibilità di pubblicare anche “classici”, magari con meno potenzialità commerciali, a fronte di un abbattimento dei costi di stampa, magazzino, ecc. In merito ai criteri, credo che la qualità di un testo (il titolo in sé, la traduzione, la curatela) ripaghi sempre gli sforzi, finanche commerciali… Certo, bisogna anche arrivare alla fine del mese… Internet offre questa possibilità: la offre alla cultura alternativa e controcorrente. Il problema è che la forma crea anche i contenuti. E, così, accanto a progetti che si servono di essa per proporre idee e spunti di riflessione, vi sono altri siti che, specie in ambito editoriale, offrono la possibilità a tutti – leggasi tutti – di pubblicare, con risultati che oscillano tra il grottesco e il ridicolo. È quello che si chiama self-publishing, realizzazione del democratismo in ambito culturale. Chiunquepuò pubblicare, senza più alcun tipo di controllo o censura. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: è sufficiente andare su siti come ilmiolibro.it e dare un’occhiata ai titoli più venduti… C’è, in Mea culpa, una bella frase di Céline che spiega tutta la faccenda: «Il minimo impraticabile buco di culo si vede Giove allo specchio. Ecco il gran miracolo moderno»… Con la sua sublime cattiveria aveva – come al solito – colto lo spirito che anima il dogma dell’uno che vale uno…

 Abbiamo notato che ci sono parecchi progetti analoghi. Alcuni di questi sono realizzati da giovani. La redazione che dirigi non fa eccezione. È una scelta? Oppure, vi affidate ad uno scopritore di talenti dall’abilità sopraffina?

L’idea era aggregare studiosi e realtà non conformiste, creando una piattaforma che permettesse loro di confrontarsi su una serie di tematiche verso le quali la cultura ufficiale, giornalistica come accademica, prova una certa allergia. Vi sono parecchi progetti analoghi, certo, specie realizzati da realtà giovanili, che avvertono questa necessità, in controtendenza rispetto allo spirito dei tempi. Capiscono che questo nostro Paese – martoriato da scelte politiche che lo hanno indotto a suicidarsi culturalmente – ha incredibili risorse, e che occorre solamente trovarle. Possiamo anche fare qualche nome: L’Intellettuale Dissidente, Barbadillo, Destra.it, Ereticamente… Segno che forse qualcosa è sopravvissuto in questo Paese. Segno che il ruolo giocato dalla mia generazione non è ancora concluso. Ecco il modestissimo contributo che vogliono offrire questa rivista e questa collana. Saranno i lettori a giudicare in che smisura ciò sia stato realizzato. Diciamo che mi solletica parecchio l’idea di far lavorare assieme tre generazioni diverse: il testimone dev’essere passato. Occorre abbandonare quell’aura di autoreferenzialità che ha connotato ampie parti di un certo tipo di cultura, abbattere gli steccati e lavorare assieme.

 È risaputo che purtroppo in Italia la gente legge poco. Qual è il tuo parere in merito e cosa ritieni possa essere importante per stimolare i lettori della vostra rivista?

In Italia si legge poco, si scrive molto e si stampa troppo. Il nostro è un popolo di scrittori ma non di lettori. La colpa non è solo di una certa incultura dilagante, ma anche della qualità dei libri che vengono stampati. Ci hanno abituato alla cultura tanto al chilo, a libri scritti male, hanno dismesso la lingua italiana adottando i neologismi della rete e i balbettii del basic english… Da questo punto di vista, però, la rivista che dirigo non intende far proselitismo e convincere nuovi lettori ad avventurarsi su strade che io ritengo essenziali e fondamentali. Ci rivolgiamo a quei pochi per i quali, come una volta raccontò Ernst Jünger, una giornata senza nemmeno una lettura è una giornata persa…

Ringraziandoti di essere stato con noi, ecco l’ultima domanda: quali sono i libri e gli autori che ti hanno spinto a fare questo mestiere?

Oh, la risposta è semplicissima… Quelli cui sono dedicati i numeri della rivista! E quelli che finiranno nelle colonne di «Antarès» nei prossimi anni…

Fonte: http://www.destra.it, Francesco Marotta, 4 giugno 2016

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