Noir/ La capanna dello zio Rom, un Pinketts pirotecnico e di gran classe

 

Lazzaro Santandrea il protagonista del noir di Andrea G. Pinketts si alza tardi. Sorseggiando una vita piratesca, con tanto di relativo ammutinamento in un menage che sa di Bounty. Scordatevi quello al cocco, caso mai offritegli quello al gusto inconfondibile di due meloni acerbi. Giusto per distinguersi dall’omonimo personaggio del Vangelo secondo Giovanni. Tanto, decide lui a che ora alzarsi, quando dare una sferzata apocrifa, facendo due passi nel delirio, solo se ne ha voglia. In questo romanzo lungo un mese ne ha tanta, forse troppa. Il troppo storpia chi non lo reclama: “La capanna dello zio Rom” è il titolo ma è anche una colonna sonora. Suona un pò come “Closer”, il secondo e ultimo album della band inglese Joy Division, sostituendone la fine.

La fine, è un testamento scritto da Lazzaro, quello romanzato; è un viaggio con ritorno, distribuito a suon di Guinness e Ossitocina. Quest’ultima, una lei in carne e leggings, un amore da proteggere da un odio che vale una pigione. Anzi, un debito da ripagare all’amico Nelu Pascu: l’artista rumeno innamoratosi di due canarine/canterine senza ugola ma, provviste di una gola profonda che scuoterà dal torpore il merlo nastrato a lutto per la perdita della madre, di Pogo il Dritto. Alias di Duilio Pogliaghi, alias di un tassista con poca vocazione, senza i freni inibitori del tassametro e della pastoia dell’ordinario.

Il noir di Pinchetti ha una scorrevolezza che abbatte a suon di sganascioni e in punta di camperos consumati, quelli di Pogo, la mielosità pubblicitaria che ha fracassato a lungo gli zebedei, imprigionati nel detto “Due cuori e una capanna”. Tutt’al più è una capanna senza panna ma, con tanto rum, e, contemporaneamente, due coca e rom: la prima, precisamente appena fuori Milano, nei pressi di Cubano Milanino, luogo di tangheri in bella vista. L’altra a Bucarest, comprensiva di bionde avvenenti, dall’italiano fruente.

Appreso dalle litanie televisive e reclamistiche del Lazzaro intrattenitore a suon di secchi d’acqua, addosso. Una pubblicità autolesionista, tradotta in cinque imprecazioni ai misteri della TV e preceduta, dall’esperienza radiofonica a Radio University. Un corso di «glottologia e linguistica» a distanza, supervisionato, presumibilmente, da Walter Jeder: due lingue, qualunque esse siano, qualsiasi sia il lavoro svolto, sono meglio di una. E tornano sempre utili, quanto una suora che sgrana un rosario fatto di piombo, intenta a correre in aiuto dell’amico Lazzaro.

Nei pressi della capannina cuba-milanina, l’omicidio è iscritto al “Salone del Gusto”. Così come, un travestimento mimetico che non è tale se non quando, dall’alto dell’abito talare, sprizza un alito dolciastro che sa di pastis. Accompagnato da un pacco prominente che si nota e fa da pendaglio, alle generalità dell’ex legionario d’Indocina, Gilles Regard. Adieu transgender e avanti con la battaglia di un giallo, intinto di nero e di bianco, dallo sfondo architettonico post-Settanta che va dal Giambellino alle atmosfere “Soviet Modernism”, tutt’ora percepibili nella Romania contemporanea.

Il tutto, costellato dalla regia mentale e dalla diabolica presenza di un “Esecutore” che corrisponde ad un nome e ad un numero considerevole di omicidi: in qualità di unico eletto, sprovvisto com’è sempre stato in tutta la sua esistenza, dall’aver mai consumato un letto; intriso solo di una glabra, narcisistica e auto-erotica, soddisfazione. Pregustando la morte di Lazzaro e della sua Ossitocina ma, anche quella da solista ai danni di Lou Reed, un simpatico cagnetto trivellato da una spara chiodi stile “Cross Road Blues”.

L’Esecutore ha la versatilità di un abile mentalista, capace di traviare le sorti di un uomo in Loden e di una donna in Parka e della loro prole gemellare. Non c’e’ due senza tre, non c’e’ tre senza quattro. I due figli, Attila e Gengis, faranno rimpiangere l’ardore dei kamikaze giapponesi, abbracciando una fede imposta e l’indole della follia simil-jihadista, scaglionata su Lazzaro e amici. Da quattro, rimarranno in due. Da due, non rimarrà nessuno. Le castagne pesano e quelle di Santandrea, rimangono sul groppone e sono difficili da digerire.

E’ una questione di jab, diretto, gancio e montante, ben assestati. E di un sottofondo da Swing & Soda alla Sergio Caputo, allietato da una narrazione letteraria ispirata da un bancone e dalle amicizie che si ritrovano all’immarcescibile “Le Trottoir” alla Darsena. L’alibi probatorio e la tana di un fascio-anarchico alla Lazzaro Santandrea, in un noir al fumè di Toscano “Antica Riserva”: intervallato il più delle volte, dal gusto forte del chiacchiericcio in sotto fondo e dalle note musicali di un palco, prodigo di estro. In un luogo, dove è facile dialogare amabilmente con due sorde-mute, quattro bicchieri di gin tonic con Tanqueray e un sigaro, quasi sempre spento.

Il ritorno di Pinketts non è mai banale e l’ironia, le frasi di grande effetto, sono farina del suo sacco. Tutto quello che rimane, mettetecelo voi. Un consiglio: passate in libreria prima della seconda e di una lunga serie di ristampe. Pinchetti non sbaglia un centro.

 

Andrea GPinketts

 

La capanna dello zio Rom

 

Mondadori, collana Strade Blu, 21/06/2016

 

Ppgg. 396 – € 19.00

 

(Fonte: Destra.it, Francesco Marotta, 17 luglio 2016)

 

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