Dal lascito del pensiero di Z.Bauman nasce una riflessione sull’era della “Restrotopia”

 

A settembre è uscito l’ultimo saggio del sociologo e filosofo Zygmunt Bauman intitolato “Retrotopia”, finito di scrivere prima della sua morte avvenuta il 9 gennaio 2017. Il lascito di Bauman, soprattutto nelle sue ultime opere, era improntato sullo studio della modernità, della globalizzazione, della società contemporanea, sul lavoro e il consumismo, sull’Europa, l’identità, sulla post-modernità, sull’individualismo ed in ultimo, su quello strano ma interessantissimo insieme dell’esperienza di essere umano qual è la <<condizione umana>>; documentata in tutte le sue sfaccettature tragiche e paradossali, senza veli e spesso, incomprensibile. Ed è proprio addentrandosi nelle esperienze umane, che in questo saggio affiora <<l’Età della nostalgia>>, fondata su quello che comporta il pensare ad un passato dove “stavamo meglio tutti”, continuando a ripeterci quanto era facile “rimboccarsi le maniche per ottenere l’insperato successo”.

Queste sono alcune delle lagnanze che abbiamo metabolizzato e che continuano a distoglierci, dalla possibilità di intravedere l’avvenire appiattito da un <<orizzonte>> vissuto in linea teorica e da una <<verticalità>> immanente, che hanno sollecitato gli studi sul blocco dell’ascensore sociale: lo schiacciamento della classe media verso la povertà, l’allargamento della forbice tra le fasce più ricche e quelle più povere ( i dati del 2016 non mentono: “l’1% della popolazione abbiente detiene da solo il 25% della ricchezza nazionale netta”), la mancanza di fiducia in un miglioramento della situazione (“il 70% degli italiani intervistati pensa che non cambierà nulla”) e le pessime notizie sulla disoccupazione, l’inattività, ecc…

A nostro avviso è molto interessante la disamina sul <<ventunesimo secolo, iniziato con un’utopia futurista>> e la sua fine impietosa che annuncia il continuo strabordare del nostalgismo. Perché se è vero che <<si è chiuso con la nostalgia>> e con <<un’epidemia globale di nostalgia>>, non possiamo non porre la massima attenzione sui risultati tra i quali, figurano l’impennamento delle ideologie dominanti, rigeneratesi nella globalizzazione. Purtroppo, ne sono una riprova l’integralismo politico-religioso degli ultimi anni, lo sviluppo patologico della società dei consumi, l’influenza distopica degli organismi informazionali dell’infosfera, il primato dell’economia sulla politica, il sogno prometeico della fusione “naturale” tra uomo e macchina di una branca del Transumanesimo, l’immancabile dietrologia delle <<teorie cospiratorie>> mai confermate dalla Storia.

Però, nell’esposizione di Z. Bauman, seria e argomentata, non ci convince la tesi che indica <<l’epidemia globale di nostalgia>> come il testimone <<della precedente epidemia della smania per il progresso>>, estesa in tutto il pianeta. Siamo orientati a credere ad una concezione del tempo lineare del progresso dell’umanità, sempre più bruscamente in avanti e verso un futuro che si dice possa essere “migliore”. Dopotutto gli albori dell’Età moderna, sono sempre stati accompagnati da un retroterra che mostrava l’essere fermi ad un passato deteriore. Vogliamo dire, come una delle giustificanti per accreditare la mentalità del progresso.

Dunque, lo sviluppo dei <<valori della ragione>> era solo di ordine dogmatico-religioso e politico? Diciamo pure che mutò il senso della <<condizione umana>>, sostituito con la singolarità di una fede cieca nelle previsioni paradossali che definiremmo oggi, le antesignane della futurologia. Le aspirazioni e le speranze, riposte in accadimenti non ancora dimostratisi, furono nutrite per mezzo di un memorandum ispirato dalla riproposizione automatica di un passato ininterrotto e dallo strumento retorico. La negazione di qualsiasi mitizzazione del passato, mescolata ad un concetto denigratorio della Tradizione fu un potentissimo viatico.

Ma se è vero, per modo di dire, come ha scritto San Tommaso d’Aquino che «per la ragione umana sembra naturale giungere per gradi dall’imperfetto al perfetto» (Summa theologiae, I-II, q. 97, a. 1), anticipando di gran lunga uno degli adagi della nuova forma mentis, occorre mettere in chiaro e per intero le cause e le concause. Non siamo giunti alla situazione odierna per “gradi” ma, tramite una visione del mondo totalizzante, confessionale e celere. Indubbiamente, grado a grado; eppure, con delle falcate che ne superano tre alla volta. Pensiamo, come ha giustamente scritto Bauman, che un tempo <<l’obiettivo non era più una società migliore, ma il miglioramento della propria posizione individuale nell’ambito di quella società>>. Motivo per cui, analizzando i trascorsi dalla fine degli anni ‘90 in poi emerge tutt’al più, quanto la società sia, ‘smitthianamente’ parlando, il primo nemico dove regna indisturbata l’ideologia del progresso.

La “Retrotopia” disvelata dal filosofo-sociologo, mette in luce alcune delle caratteristiche del nichilismo che abbiamo analizzato nel precedente scritto. È un’ottima notizia, giacché un gigante del pensiero come era Bauman, fece delle considerazioni sul fenomeno parecchio inclini alle nostre, senza ahimè saperlo. Appena finito di leggere il libro, il riferimento va al pragmatismo contemporaneo, inteso come il <<massimo della razionalità>> dalla massima aspirazione che pare essere solo <<posso, dunque devo e voglio>>, inseparabile dai postulati del consumismo e del mercato.

In aggiunta, troverete in due paragrafi una valutazione sulla <<comunità>> e sul <<neo-tribalismo>> che in più punti si discosta, dallo sguardo d’insieme del sociologo francese Michel Mafessoli: ben oltre anche al dibattito del legittimismo accigliato, fermo al <<tribalismo sì, tribalismo no>>, alla <<comunità>> percepita in quanto estensione del comunismo e della sinistra. Altro che rimpianto del passato, qui si continua a confondere un immaginario paranoico, con la rilevanza di un qualcosa che neppure si conosce!

Tornando al saggio, dobbiamo constatare con rammarico che non poteva mancare, un’analisi del “populismo” decisamente fuori luogo. Secondo Bauman, era molto pericoloso <<lasciare che la rabbia covi all’infinito sotto la cenere>> perché così la si darebbe vinta ai populisti, alla ricerca tra i reietti di un ulteriore <<capitale politico>>. Questa è senza dubbio, dovunque ora si trovi e con il dovuto rispetto, una delle più grandi forzature sulla fenomenologia in questione. Soprattutto se paragonata al combustibile usato ad Auschwitz e Treblinka: <<La rabbia che cova sotto la cenere produce da sé tutto il calore di cui ha bisogno per continuare a bruciare>>.

Eppure, proprio Bauman, un paio di pagine prima, ha ampiamente argomentato quegli esempi di parte della «società totalmente amministrata», concettualmente molto più vicini al «processo della modernità capitalistica» che ad altro (leggasi “Parole chiave/ Il populismo, dagli albori alle deformazioni contemporanee” dell’11maggio 2017). Cosa dire? L’ennesima occasione persa per confrontarci su una delle tante questioni che abbiamo osservato con molta attenzione. Comunque, questo è un lavoro che mette in evidenza il ritorno al <<grembo materno>>, alla femminilizzazione della società dove tutto è ovattato e dove la tecnologia e le merci sono fruibili persino per la materia inanimata, imponendo un eden rassicurante e tranquillo.

Ma un sogno non dura in eterno… Svegliarci e capire che quelle fantasie e le prospettive raggiungibili, ogni qualvolta sono a portata di mano, scompaiono sistematicamente nella frustrazione di una realtà molto diversa, rischia di essere Il <<sogno della Cuccagna>> raccontato da una mente brillante che già si fa rimpiangere. Sappiamo che gli esemplari di pappagalli domestici, dalle facili e dalle altrui lezioncine da ripetere a spron battuto, sono dietro l’angolo. Anche questo è un vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità per scongiurare un futuro, degno delle peggiori visioni di Lovecraft. 

Zygmunt Bauman

Retrotopia

Editori Laterza, Collana Tempi nuovi, 07/09/2017

Pagg. XXII-180 , euro 15,00

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