Il mondo multipolare e l’Italia dei giocolieri

 

Siamo in presenza di un interrogativo sui problemi inerenti la globalizzazione. Possiamo oggi, dopo il crollo del muro di Berlino e l’intensificarsi di un fenomeno che ha cambiato totalmente le nostre vite, pensare ad una possibile contrapposizione alla globalizzazione, sugli schemi dei vecchi stati nazionali ?

Donald Trump ha dichiarato di voler imporre i dazi alle importazioni dalla Cina. La risposta della “Grande Muraglia” non si è fatta attendere e da un articolo uscito sul sito http://www.limesonline.com (“Il mondo questa settimana”), leggiamo quello che è accaduto in un settimana, compresa la rielezione di Vladimir Putin in Russia.

Nonostante le aspirazioni di Washington per la messa in opera di un “nuovo secolo americano” siano in parte naufragate sugli scogli dei nuovi assetti, il futuro delle vecchie nazioni pare essere sempre meno decisivo. Indubbiamente, molto importanti ma quasi impotenti sulle ritorsioni delle “guerre commerciali” e come argine alle rivalse che ne conseguono.

A questo, dobbiamo aggiungere, lo strapotere dei mercati finanziari e della finanziarizzazione dell’economia. Basti pensare all’Italia, alla centralizzazione romano-centrica, all’isolamento in Europa (meglio non scaricare la colpa su altri quando è evidente una manifesta incapacità) e in campo internazionale con le gentili concessioni di influenze ad altri.

Il caso della Libia, l’adesione alle “guerre al terrorismo” e a quelle contro gli “Stati canaglia” che vanno ad aggiungersi agli sproloqui su Viktor Orbán e sull’alleanza del Gruppo di Visegrád, senza rendersi conto di amplificare un inutile ostilità di un’Europa contro l’Europa, la firma dell’accordo economico e commerciale globale (CETA), fatto passare sotto traccia, sono la cartina di tornasole.

I piccoli stati che si impegnano in un protezionismo sono ammirevoli ma, pressoché inefficaci nel neutralizzare le spire della globalizzazione, sono messi dinanzi ad una scelta: come ha scritto giustamente Alain de Benoist, essere una parte attiva di «spazi ampi “omogenei”, costituendo altrettanti poli politici, economici e civili», cioè della stessa natura e affini, oppure scegliere di continuare ad adattarsi agli eventi.

E se l’Europa così come la conosciamo deve essere ripensata, altro discorso invece, è riuscire a cambiare quel mercimonio cerebrale che ci portiamo dietro, noi italiani. Sbraitare o meno contro Bruxelles, come abbiamo visto, non cambia certo la situazione. Considerando che la teatralizzazione strumentale degli ultimi giorni che andava in onda da Palazzo Madama e da Montecitorio, forse è il caso di stringere i tempi.

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