Consigli non richiesti: la social-democrazia è in crisi ma qualcuno l’ha resuscitata?

 

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto. Sarà Roberto Fico, eletto Presidente della Camera dei Deputati a tessere le fila del mandato esplorativo. Non sarà facile per lui mettere d’accordo le correnti interne della Sinistra per una possibile intesa di governo M5s-Pd. Entro giovedì, dovrà riferire a Mattarella ma il tempo a disposizione è poco. Lo scenario  appassiona i diretti interessati che pur di sedere su una poltrona combinano di tutto, sollevando una certa inquietudine, soprattutto nella Lega di Salvini che deve guardarsi le spalle dal fuoco incrociato del “Califfo di Arcore” e dai tormenti antifascisti di Bossi. Rispolverati in altre occasioni e mai per difendere l’alleanza politica con Berlusconi, nella Lega è in corso una battaglia interna per defenestrare il rottamatore della ‘grandeur’ di una volta; tutta diamanti e lingotti. Non ci sono altre chiavi di lettura se non questa. La scenetta inguardabile di Berlusconi e l’ennesima “rivelazione” pubblica di Bossi, assomigliano al “Canto del cigno” di un periodo della politica italiana. Strascichi e incognite, compresi.

Approfondendo la questione, notiamo che le anime in lite sono pure quelle dei pentastellati, così eterogenee da essere diventate il salotto minore della sinistra veterotestamentaria. Dalla ribellione contro la dicotomia destra-sinistra, alla normalizzazione cerchiobottista, il passo è stato breve. Ma cosa può essere successo per sparigliare le carte in questo modo ? Intanto, bisogna dire che il passo indietro di Grillo, cioè del “grillismo” della prima ora che aveva delle attinenze populiste, non è certo un episodio isolato. Caso mai, può servire a mettere in evidenza anche in Italia, un aspetto da non sottovalutare: esistono varie forme di populismo che di suo nell’ultimo ventennio, ha avuto una forte componente socialista, adombrata però dal retroterra politico-culturale di alcuni esponenti che provenivano dalla sinistra. Questo è riscontrabile anche nel percorso di Podemos in Spagna e di Syriza in Grecia, diventati a tutti gli effetti degli schieramenti della socialdemocrazia, dell’eurocomunismo, dell’alter-globalizzazione e della sinistra.

Questo ci deve far pensare che il populismo così bistrattato dalla politica e dai media, possa essere giunto quasi alla fine di uno dei “momenti” di picco, alti e bassi compresi, che ha sempre avuto nel corso della Storia. È probabile ma non è poi così scontato. Prendiamo ad esempio la Lega Nord degli albori, esclusa la cerimonia surreale del vuotamento dell’ampolla con l’acqua del Po. In principio, era molto più importante la partecipazione ad una Festa dei popoli padani, rinsaldando il legame tra le diverse comunità del territorio. In seguito, cambiò tutto quando Bossi e lo stato maggiore si avvicinarono ad un’altra forma di “populismo liberale”, quale era indubbiamente Forza Italia; come direbbe il politologo Marco Tarchi, «meno emotiva e molto razionale», fuoriuscita non certo a caso dalle ceneri del Partito Liberale Italiano e del Partito Socialista Italiano. Un connubio che molti non si aspettavano e che sancì di fatto, la fine delle istanze e del federalismo integrale in Italia.  

Tornando all’attualità, Matteo Salvini ha intrapreso una strada che non è populista ma sovranista. Accettando in toto, le rivendicazioni di una grossa fetta dell’elettorato di destra e rimanendo oltremodo, legato alle logiche del ‘Partito Unico’ del Centrodestra. Lo abbiamo visto,  nelle ultime consultazioni elettorali e nelle dichiarazioni mirate ad un intento di carattere unitario. Forse, un errore che potrebbe costargli molto caro, nonostante i richiami al sovranismo (“Ismo”). Rifacendosi alle fortune, rivelatesi infondate per il sistema elettorale alla francese, di Madame Marine Le Pen. Ora, lo scenario italiano gli pone una prospettiva che è ancora peggiore: tornare al voto, quindi non spostare di molto l’asticella; partecipare ad un governo di larghe intese ma non è questo il caso; la possibilità di sedere all’apposizione di un governo a guida M5s-Pd.

Nella prima ipotesi i freddi numeri dicono che se ci fossero nuove elezioni, poco cambia in termini di voti. Nell’ultima ipotesi, l’unico che potrebbe avvantaggiarsi della situazione è proprio Berlusconi che pur di non vedere Salvini a capo di un esecutivo che lo escluderebbe dai giochi, ricordiamoci il “Patto del Nazareno” e la chiamata al PD appena dopo le elezioni, festeggerebbe di buon grado. In breve, l’unica soluzione percorribile per la Lega di Salvini era quella di convincere Di Maio. Il quale, sempre a causa di Berlusconi, doveva riprovare a convincere i suoi ma, tra l’indole da democristiano smorto di Di Maio e quella sinistrata di Fico, la Storia insegna che non ci vuole poi molto per mettersi d’accordo. Ha vinto la stessa logica del PD che siede anche ai vertici dei Cinque Stelle.

Quella di un partito che ha il volto della disfatta della social-democrazia in Europa che, qualsiasi cosa decidano gli italiani è riuscito a riemergere dalle sue stesse ceneri. E come abbiamo avuto modo di constatare, con l’aiuto importante di chi diceva di combatterli. Qualunque sia lo schieramento “avverso”, poco importa. Basta guardare la Spagna di Mariano Rajoy, la Grosse Koalition tedesca per salvaguardare Angela Merkel, ecc… Eppure, ci sono praterie intere per cambiare direzione ma nessuno ha il coraggio di intraprenderle. Il populismo non è una parolaccia e le richieste di sovranità dei popoli non sono delle castronerie. Basta correggere il tiro, prima che lo facciano gli altri e uscire dai soliti schemi di una mentalità utilitaristica. Più facile a dirsi che a farsi.

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