La comunità della musicassetta

 

Nell’ormai acclarata scomparsa del supporto fisico nella fruizione moderna della musica, quanto meno per quel che riguarda le vendite, desta un certo stupore osservare come nei cataloghi relativi a musiche che rientrano nella macro-categoria di avanguardia o sperimentale, ci sia un aumento di uscite in formato cassetta. Il pioneristico, e tuttora attivo, esperimento della Tapeworm, etichetta nata nel 2007, di avere un catalogo interamente su cassetta è riuscito ad avere un seguito e la ragione, con una certa probabilità, non è ascrivibile all’aspetto qualitativo del suono. Parametri fisici alla mano, è fuori discussione che il passaggio dall’analogico al digitale sia un aumento della fedeltà, e della dinamica, del suono anche se ha anche creato dei casi e.g., loudness war, in cui è emersa un’associazione fra digitale e peggioramento delle caratteristiche sonore. Ma l’aspetto culturalmente più importante è che la forma liquida potrebbe comportare il ritorno della musica alla sua forma effimera dopo un secolo in cui la discografia è riuscita a rendere il suono un oggetto. Oltre all’aspetto meramente commerciale, la reificazione di qualcosa fa sì che quando la sua forma fisica assuma certe proprietà possa anche ambire a diventare il simbolo di qualcosa. In questo contesto, la cassetta ha avuto un ruolo simbolico particolare che deriva dalla proprietà di essere praticamente il formato più economico su cui registrare ed alla portata di tutti. Fenomeni che hanno segnato una parte importante della scena sotterranea e.g., demo-tapes, mixtapes, tape network, hanno avuto origine dalla possibilità di avere un supporto che consentisse la creazione di micro-produzioni non industriali ed, alla fine, ha cominciato il processo di erosione della centralità del ruolo delle etichette discografiche. Non a caso il fenomeno definito come cassette culture è associato alla nascita dell’underground inteso anche come struttura economica parallela a quella tradizionalmente fondata sulle grosse etichette. Potrebbe non stupire pertanto come, nell’epoca in cui il ruolo delle etichette discografiche sta per essere preso dalle piattaforme di distribuzione, ci sia un ritorno a forme di ricostruzione di un’alternativa. La domanda è se questo tentativo sia essenzialmente nostalgico o meno. Da una parte, è plausibile che il ricorso ad un formato che è un simbolo culturale sia un azione nostalgica che ha la sua spinta dall’osservazione che, se col digitale aumentano le possibilità di autoproduzione, è sparita la dimensione comunitaria legata allo scambio di un oggetto. D’altro canto, nel momento in cui viene implicitamente ribadito come l’aspetto visuale, inteso anche come ausilio all’ascolto, sia una componente importante della fruizione, specialmente per musiche ostiche, si sottolinea come la liquefazione della musica sia un fenomeno essenzialmente regressivo dal punto di vista culturale e potenzialmente volto alla cancellazione delle identità culturali nel momento in cui, riducendo il ruolo della parte visiva, si nascondono i simboli d’appartenenza ad una scena.

 

Andrea Piran

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