Il Barone immaginario in 18 racconti. Julius Evola e la sua vita quasi irreale

 

“[…] A Carl Jung, l’indagatore dell’inconscio, ho permesso di vedere più nitidamente i grandi mandala cosmici che lui chiama archetipi, e che s’insinuarono nei sogni del primo uomo. Ad Hermann Hesse, scrittore senza più ispirazione, ho forse dato qualche spunto per dei futuri libri… […] Ma il dolore nasce dal desiderio; la tua più intima natura chiede di realizzarsi, e credo che lo farò in un modo diverso da quello di oggi. Per l’Europa e la sua civiltà. […]”

Gianfranco de Turris è riuscito in un’impresa che nessuno aveva mai osato. Per la stesura de Il Barone immaginario. 18 Racconti con protagonista Julius Evola edito da Mursia, ha chiamato a raccolta diciassette scrittori. I quali hanno dato alle parole, ai sentimenti, alle emozioni, al pensiero, alle avventure e agli amori di Julius Evola, nuova vita ed un’interpretazione romanzata. Seguendo ognuno il proprio stile e le proprie attitudini. Il risultato è una raccolta con dei testi di pregevole fattura, adatta anche ai neofiti delle opere del filosofo, poeta, pittore e scrittore italiano.

Quella di de Turris più che una «provocazione», come molti hanno scritto, sembra essere il lancio del guanto di sfida ai detrattori di Evola ed uno sprono per gli studiosi, invitandoli ad una lettura dalle diverse angolazioni. Naturalmente, in questo lavoro che a nostro giudizio è unico nel suo genere, non potevano mancare le firme di alcuni amici e conoscenti, quali sono Augusto Grandi, Andrea Scarabelli, Marcello De Angelis e Marco Cimmino. Altri autori invece, li abbiamo apprezzati attraverso i loro scritti. Citandone solo alcuni: il giornalista, scrittore e saggista Adriano Monti-Buzzetti, il pittore, illustratore, scrittore e conferenziere Dalmazio Frau, Alberto Henriet, noto scrittore del genere fantasy e gothic fantasy.

“[…] « Non sono rune» disse come parlando a se stesso. […] Questi simboli non sono rune, ma sono molto più antichi di quelle, e anche del sanscrito… Sono molto simili a quelli che sono stati ritrovati in Mongolia, anni fa.» […]”

Nel racconto di Dalmazio Frau, La cripta degli Iperborei e in quello di Alberto Henriet, Il richiamo di Krodo, coesistono svariati richiami mitografici, degli antichi culti e sui sistemi di scrittura dei popoli che conducono il lettore, a riflettere sulla riuscitissima possibilità di inserire in un testo romanzato, degli spunti che non sono per nulla superficiali. Guardandosi bene dal non cadere nell’errore che fanno molti “letterari” di destra ed i “saprofagi” di sinistra: avvinghiati, quando esce un lavoro su Evola, ad un’improbabile «ideologizzazione all’avanguardia» dell’autore e delle sue opere. Per non parlare dell’ostracismo e delle inchieste dei soliti «intellettualoidi», vista l’epoca in cui sono ambientati i racconti, la Seconda Guerra Mondiale e ciò che ne è conseguito. Completamente assorbiti come sono, dobbiamo dirlo, alle immancabili recrudescenze politiche e dottrinali che hanno prodotto tanti danni ad una sana lettura degli scritti del Barone.

In questo libro che vi proponiamo, perdonate il preambolo, Henriet ha elaborato una narrazione che supera l’assurdo, dove il personaggio ideato, Leonida Baldur, conoscerà Evola tramite l’uso della bilocazione. Ed assieme al Nostro, avrà modo di trovarsi dinanzi ad un Doppelgänger che corrisponde, nientepopodimeno che, a Karl Maria Wiligut… Apriti cielo ! Chissà cosa ci riserveranno i censori della letteratura patacca, sempre pronti a cercare il pelo nell’uovo e a promuovere gli amici degli amici, purché fedeli alla produzione di romanzi sui segreti del cunnilingus. Delle scempiaggini che non interessano neppure ad Adriano Monti-Buzzetti. Il quale, infischiandosene del Partito-cleavage in questione, ha imperniato il suo racconto intitolato Il Drago Eterno come una lunga conversazione che per Evola significherà, una ricerca spirituale ed il voler andare a fondo sui problemi che lo attanagliano. In buona compagnia di Hermann Hesse e dei crinali interiori del suo “Siddhārtha”, farà la conoscenza di un Lama tibetano che non si perde nei convenevoli del manicheismo occidentale: «Capisco,vuoi un curriculum. Voi occidentali non fate nulla senza un curriculum».

“[…] Ancora una volta l’aveva sorpreso l’improvvisa vampa, come se tutto il fuoco della leggendaria Muspellheim norrena avesse deciso di riversarsi nella sua colonna vertebrale. […]”

La storia inventata da Andrea Scarabelli, siamo certi che farà storcere il naso agli jungheriani di ferro. Vedrete, la scelta da “condannare” sarà quella di aver ripreso il celebre viaggio di Ernst Jünger a Roma, il quale aveva molti amici in comune con il Barone. Nel racconto invece, i due si incontreranno proprio a casa di Evola, e, contrariamente a quelli che pensano diversamente, nonostante che Evola abbia intrapreso una fitta corrispondenza con Jünger mai corrisposta, l’incontro, potrà sembrare un azzardo, è avvenuto davvero. Certo, sappiamo che l’Anarca non nutriva una particolare stima nei confronti di Evola. Ma dai volumi evoliani pubblicati da Mediterranee, L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger del 1998 e nel Il cammino del cinabro del 2018, dopo aver letto lo scritto di Andrea per la Fondazione Evola intitolato Il Barone e l’Anarca degli «Studi Evoliani 2013», il discorso cambia. Il corso degli eventi, dice altro.

Il testo preparato per Il Barone immaginario risulta essere molto coinvolgente, perché i due faranno la loro conoscenza in un tourbillon psichico dove Jünger, rischierà inizialmente di perdersi. Solo, inizialmente… Un po’ come il Dialogo agli inferi tra Julius Evola e René Guénon a cura di Marco Rossi. A tal proposito, invitiamo i lettori a riconoscere in questo libro una serie di racconti sì immaginari ma, curato da un notevole apparato biografico. In realtà, i rapporti personali fra i due, furono tempestosi. Soprattutto per la diffidenza di Guénon per le idee e per la persona di Evola: «Lo credo intelligente, ma pieno di pregiudizi di ogni genere». Così, troviamo scritto in Aperçus historiques touchant à la fonction de René Guénon di Pierre Feydel. In sostanza, dei pessimi rapporti riallacciati anni dopo, quando Guénon lesse per la prima volta le bozze di Rivolta contro il mondo moderno, pubblicato da Hoepli nel 1934.

Appurato questo e vista la diversa impostazione esoterica-dottrinale che riconsegniamo, felicemente agli appassionati, i due ebbero modo di scontrarsi ripetutamente sulle diverse interpretazioni della Tradizione, del Buddismo, dello Zen e delle religioni monoteiste. Le ragioni di Guénon, riguardavano, a suo modo di vedere, la visione di Evola incentrata su di un “imperialismo pagano” figlio dei suoi tempi: contraddicendosi ripetutamente e giudicando degne di nota le figure non adamantine di Cagliostro e Kremmerz ma, al contempo, intrattenendo dei buoni rapporti con Armentano e Reghini (leggasi la lite tra Evola e Reghini per il titolo di Imperialismo Pagano). Nonostante Evola giudicasse benevolmente il filosofo, metafisico e scrittore francese, un punto di riferimento. La “strana coppia”, tra riappacificazioni, un ego sconfinato, liti e bassezze, tipo quella di Guénon che troviamo in una lettera del 1928 indirizzata a Pierre Pascal in cui definiva lo stile di Evola «di fuoco gelido», riuscirono a trovare una apparente riconciliazione.

Più o meno la stessa che troviamo nel leggere Il Barone Immaginario. Ripercorrendo la vita se pur surreale, di una figura che ha scandito, le ore felici, della letteratura italiana ed europea. Al di là dei preconcetti sterili su Evola, guardandoci attorno, troviamo il deserto.

 

Il barone immaginario. 18 racconti con protagonista Julius Evola a cura di Gianfranco de Turris
Ugo Mursia Editore, Collana Racconti Mursia, 26/04/2018
Ppgg.280, euro 19.00

 

 

 

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