Il realismo fantastico di Jacques Bergier. Da Tolkien a Campbell

Sono passati quarant’anni dalla morte di Jacques Bergier. Il giornalista, scrittore, fisico e spia francese, è stato tutto e il contrario di tutto. Un personaggio eclettico, poliedrico, che abbiamo imparato a conoscere con il saggio Il mattino dei maghi, scritto a quattro mani con Louis Pauwels, pubblicato nel 1960. A volte dimenticato, spesso criticato, quasi sempre male interpretato, adesso torna alla ribalta con un’edizione inedita in italiano. L’idea di ampliare ulteriormente, la nutrita serie di opere all’insegna del fantastico della Collana I tre sedili deserti delle edizioni Il Palindromo, è venuta in mente ad Andrea Scarabelli e ad Giuseppe Aguanno. Rispettivamente, l’allievo diventato maestro di Gianfranco de Turris e il direttore della Collana, dell’opera che vi proponiamo.

Dal mese di ottobre è in uscita Elogio del fantastico. Tolkien, Lewis, Howard, Machen e altri demiurghi dell’immaginario di Jacques Bergier, a cura di Andrea e con l’introduzione di Gianfranco de Turris, impreziosito dalle dieci tavole di Alessandro Colombo e Simone Geraci. La copertina è un’idea di Giuseppe Vassallo. Il progenitore del «Realismo Fantastico», in condivisione con Louis Pauwels, espone le sue sensazioni personali sulla vita e sulle opere di «dieci scrittori magici». Tra i quali, trova posto anche Lovecraft. Leggendo quello che ha scritto de Turris nella sua introduzione, notiamo in che modo Jacques Bergier, sia stato il protagonista di un passaggio dal «Realismo Fantastico» che lo ha condotto da Il mattino dei maghi al «Realismo Magico», presente in Elogio del fantastico.

Il primo saggio si contraddistingue per la stesura e le considerazioni oggettive. Il secondo invece, ha un’impronta soggettiva ed una “visione del mondo” che accomuna, con le dovute distinzioni del caso, tutti e dieci gli scrittori citati in questo saggio. Secondo Jacques Bergier, cosa davvero curiosa e suscettibile di dibattito, per riconoscere uno “scrittore magico” bisogna provare «un’ammirazione incondizionata, scevra dal benché minimo senso critico». Ma in realtà, una chiave di lettura critica alle cose che più ci appassionano, è d’obbligo per non cadere in valutazioni superficiali; accontentandoci così, di un effimero miglior piacimento per le cose, senza capirne in fondo la natura. Vale per la letteratura come per la vita, sempre meno legate all’immaginario, alle possibilità insolite di percorrere sentieri poco battuti, trovando una chiave di volta insperata.

A poco serve, come fece Bergier, aggrapparsi alla mancata commercializzazione sensazionalistica di un genere letterario, che in America anticipò le storture e le alterazioni della scienza, glissando sulla manipolazione della tecnica. Ed è lo stesso Bergier, tanto per essere fedele alla sua indole e discernendo de Le corti del mattino di John Buchan, a decidere di non smentirsi: «Ciò che Buchan voleva dipingere era l’ostilità della natura contro l’uomo, e ce l’ha fatta perfettamente». Questa sua riflessione, corretta per ciò che riguarda l’interpretazione del testo, andrebbe in realtà riscritta da capo a coda (Sigh!). Ma l’autore britannico, sempre ripreso dal Nostro, dice altro. Chiarendo, che il voler continuare ad illuderci nello «scambiare i nostri castelli di carte per le mura dell’universo», è un errore madornale. Specialmente quando, l’abuso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per eliminare gli aspetti indesiderati della «condizione umana», già dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento, erano sempre più incalzanti.

In questo lungo e piacevole Elogio del fantastico, compaiono due nostre vecchie conoscenze: Abraham Merritt e Arthur Machen, editi sempre dalla Collana I tre sedili deserti. Leggasi, Il vascello di Ishtar di A. Merritt e la La collina dei sogni di Arthur Machen, due capolavori della letteratura fantastica, consigliatici da Giuseppe Aguanno. La spia, il letterato e l’istrione Jacques Bergier, è un conoscitore delle opere “dannate” che i nouveaux Torquemada di ieri e di oggi, continuano ad additare come libri che sanno di zolfo: «insomma, in cui troviamo l’idea moderna della scienza sacrilega», quando essa alberga ad altre latitudini. Viste poi, le strambe premesse antropologiche e filosofiche di un “Uomo Nuovo”, che altro non è se non un singolo uomo. Totalmente assorbito, dalla fascinazione di un diritto individuale e dalla crescita personale, cancellando di netto i limiti della biologia e dell’empatia che lo legano, ai processi della natura.

Nei due scrittori e nella loro formazione culturale, sociale e del tempo storico in cui sono vissuti, affiora il cleavage sulle nozioni di bene e male, che non intacca i protagonisti dei racconti. Invitandoci, inconsciamente a pensare, ad una elaborazione del pensiero di Ernst Jünger che troviamo nel suo breve scritto La battaglia come esperienza interiore (Der Kampf als inneres Erlebnis). Lo consideriamo un possibile approccio, quel fil rougeche unisce i due autori ed i loro romanzi, come quello di Bergier che decise di proporli ai lettori: «Molte cose cambiano, diventano altre da sé, quando a qualcuno vanno storte: nel sogno, nell’ebrezza e nel morire». Un télos che non li accomuna molto al paleontologo e scrittore di fantascienza russo Ivan Efremov.

A lungo ritenuto essere uno dei promotori della space-opera, quando nel suo Il Cuore di Serpente (Collana Galassia n. 26, edizione del 15/02/1963, pubblicata da La Tribuna) di certo non si trovavano accenni «all’insegna di una guerra tra i mondi», tanto meno quelli della dottrina emergenziale e della sopravvivenza. Una delle caratteristiche principali della letteratura fantastica degli anni ’60, importata dagli Stati Uniti in Europa. Il messaggio di Efremov, era riassunto nel pericolo «per le guerre termonucleari» che in realtà fu minimo. Ma ciò nonostante, riuscì a cogliere a pieno «l’abuso dell’energia atomica» (L’ultima alba) e le «conseguenti ricadute radioattive» che da Hiroshima e Nagasaki, da Chernobyl a Fukushima, “allietano” le nostre giornate. La scelta di Bergier, cade sulle qualità e le particolarità dei «dieci maghi del fantastico» che ha scelto accuratamente. A tal proposito, consigliamo di leggere i due capitoli dedicati a John Wood Campbell e ad J. R. R. Tolkien, per nulla banali.

Siamo d’accordo con Sam Moskowitz, quando espresse un parere su Campbell, sul suo modo di privilegiare un tipo di fantascienza «chiara e intelligente, più simile a quella di trent’anni fa che alle mode del 1969». E possiamo anche dire che Jacques Bergier, nonostante le sue manie sul «realismo» accostato alla fantascienza, dimenticandoci della definizione che ne dava George Bernanos, «Il realismo è il buon senso delle carogne», sia riuscito nel suo intento. Però, la domanda è inevitabile: quanto l’uno abbia fatto presa sull’altra? Per avere una risposta esaustiva, dovete leggere la postfazione di Andrea Scarabelli, intitolata Jacques Bergier, o del realismo fantastico. Atterrando su mondi a noi sconosciti ma sin troppo vicini. Questo è il racconto dei “dieci maghi” di Jacques e delle follie che riuscirono ad intuire. Tra sogni, incubi e realtà che spesso, combaciano, irrimediabilmente.

 

 Jacques Bergier

Elogio del fantastico. Tolkien, Lewis, Howard, Machen e altri demiurghi dell’immaginario

Il PalindromoCollana I tre sedili deserti, ottobre 2018

A cura di Andrea Scarabelli, introduzione di Gianfranco de Turris, con dieci tavole di Alessandro Colombo e Simone Geraci. Copertina di Giuseppe Vassallo.

Ppgg. 332, euro 22.00

 

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