Andrea G. Pinketts ci ha lasciati. Una vita controcorrente dalla penna geniale

Ciao Pinchetti, eccoci qui. Te ne sei andato poco prima del solstizio d’inverno. Penso che non sia un caso. Eppure, tutto sembrava risolversi al meglio. Invece, siamo ancora attoniti. Quel maledetto bastardo di un carcinoma squamocellulare non ha vinto. Tu lo sai e noi ne siamo consapevoli. È proprio così: lo hai preso a calci e sei riuscito a sconfiggerlo lo stesso. E poco importa se l’ameba salterà da un corpo all’altro, da uno stile anche diverso dal tuo. Da quando ci hai lasciati non avrà mai piú vita facile. Intanto, i ricordi scorrono come un fiume in piena. La tristezza lascia spazio alle risate, ai lunghi dialoghi sulla letteratura irlandese, sull’arte, i commenti sulla boxe, intervallati da una figa dietro l’angolo. Le tue, indubbiamente. Lo sai, perché sei sempre stato una persona viva. Un po’ come quel bicchiere di rum e coca appoggiato sul bancone del vecchio Moscatelli in Corso Garibaldi. Tra le tue mani, con la voce già impastata la mattina, il nettare all’interno, sembrava assenzio con la birra. La mirra e l’incenso, li hai sempre lasciati a qualcun altro. Non facevano per te e non facevano per me. Preferivo una spuma, ricordi ? D’altronde, ero ancora un quattordicenne, parecchio prematuro (così dicevano) e molto incuriosito, da quello che raccontavi. In sostanza: tante stronzate, del più e del meno, ma con un senso fuori dal comune. Come tutta la tua vita, come le foglie di ippocastano, che in autunno, cadevano copiose. Tranquillo, non mi faccio prendere dalla nostalgia. Ma una cosa è certa: come ha scritto Daniele che conoscevi bene, “ricordo un’epoca (non semplicemente un periodo) trascorsa assieme”. Con il jazz in sottofondo, un sangiovese di ritorno, uno swing inesistente ed un blues accattivante. In quel locale, il mitico Le Trottoir, dove il fumo si faceva una Piña Colada dietro il bancone, ingollando un altro whisky. Già, c’era un’aria differente. Il posto dove ti piaceva tanto scrivere e ti sentivi a casa tua. Poi, chissà dove e chissà quando, mi spiegherai come siamo riusciti a dialogare con due sordomute che venivano da Berlino, senza capirci un belino. Capitava anche questo, succedeva anche di peggio. Ma poi, quando era possibile, correvo ad ascoltare il pianoforte di Franco e quello di Enrico Intra, le sonorità della chitarra di Franco Cerri e quelle della tromba di Enrico Rava. Eri già lì da un pezzo, beato fancazzista onesto. Ed io, un inguaribile sognatore con in tasca il Secolo d’Italia che dimenticavo, immancabilmente, sul primo tavolo in cui sedevo. Maledetto pastis! Quel pomeriggio dovevi registrare una puntata di Mistero, in un bar non molto lontano dagli studi televisivi. Mi hai fatto prendere la sbornia più roboante della mia vita. Io, che non bevo superalcolici, soprattutto quelli dolci… Di quello che è successo dopo, non ricordo quasi nulla. Un po’ come la Milano noir che mettevi nero su bianco, dall’impareggiabile scighêra. Ti è piaciuta la recensione della riedizione di Sangue di yogurt e mi hai chiamato il giorno dopo. Ci siamo visti dietro casa tua, sorseggiando una Guinness e facendomi dimenticare la perdita di una persona cara. Continuavi a dire: “lascia perdere le interviste. Concentrati su quello che ti piace e fallo, fregandotene di tutto e di tutti.” Carissima canaglia, ti ho dato retta. Purtroppo, non abbiamo mai avuto l’occasione di tornare sul discorso. Avevi ragione, non sono portato. Sono un rompicoglioni ma non mi è mai piaciuto ficcare il naso nelle cose degli altri. Lo sapevi bene, eccome. Ricordati che mi devi pagare ancora un paio di birre. Lo hai promesso e sei sempre stato un uomo di parola. Mi piace credere che le berremo assieme. Dovunque tu sia, sappi che molti ti hanno imitato ma pochi ci sono riusciti. Senza di te e la tua penna, Milano non è più la stessa. Ciao Pinchetti, ciao amico mio.

 

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