Il cuore avventuroso di Jünger: un diorama di figurazioni e pensieri indelebili

 

Guanda Editore stampò il 15 giugno del 1995 Il cuore avventuroso. Figurazioni e Capricci di Ernst Jünger. Avevamo già letto questa raccolta di racconti jüngeriani che ci colpi per la veemenza, la penetrazione descrittiva e la lucidità dalle forti visioni anticipatrici di Jünger. Nella nuova edizione, sempre a cura di Quirino Principe, trovate anche la sua Prefazione a tratti illuminante. Queste pagine di diario e i brevi racconti che lo compongono, dal titolo originario Das abenteuerliche Herz, vennero pubblicate in prima versione nel 1929 e nella seconda versione nel 1938. L’ultima versione fu oggetto della revisione ad opera dell’autore nel 1950. 

Le funzioni psichiche e mentali, quelle visive della memoria e dei ricordi di Jünger, sono sorprendenti. I luoghi visitati, città tedesche, città dell’Europa Mediterranea, isole nordiche, terre tropicali, «accanto a nomi universalmente noti (Berlino, Lipsia, Napoli, Ginevra, Casablanca, Rio de Janeiro)», vengono incluse e descritte in un Diorama avvincente. Ernst Jünger con l’ausilio di Quirino Principe, possiamo dirlo, presentano al lettore un insieme di vedute, prospettive, riflessioni, visoni, frammenti e irradiazioni sui luoghi, la botanica, l’ittiologia, sul significato dei colori, l’entomologia, sul «senso del gioco», l’amore, lo stato dei musei (“impulsi museali”), accenni all’ornitologia e tanto altro ancora. Altri luoghi invece, sono illustrati dal curatore con una breve ma significativa delucidazione: è il caso di Ponta Delgada, «il principale centro abitato dell’isola di São Miguel, nelle Azzorre», come di Puerto de Pollensa che è un «villaggio nell’isola balearica di Maiorca, presso il punto in cui comincia a protendersi il Cabo de Formentor», etc. 

Come ha scritto giustamente Quirino Principe, i racconti sono stati scritti dall’autore «con una sua tradizione» che si discosta dal «pensiero occidentale già creduto rettilineo», ponendo l’attenzione sulla concezione ciclica dalle «prodigiose coincidenze» e dai «tratti di un’antica sapienza filosofica e religiosa». In realtà, quest’ultima concerne tutto ciò che riguarda il «Sacro» che non coincide solo con l’ambito religioso e tanto meno con quello esoterico… Ma questo è un nostro punto di vista che nulla toglie all’ottimo lavoro del curatore. Il quale, guida il lettore quasi evocando in sé la figura del mago Nigromontanus, uno dei personaggi principali de Il cuore avventuroso. 

Nella Nota A “Delitto e castigo”, «Jünger analizza la figura del personaggio letterario Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov, il protagonista dell’omonimo romanzo Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij. Ed ecco allora, far capolino un termine abusato e sin troppo male interpretato: il concetto di «sovranità». Il Nostro, ne esamina attentamente le storture, in riferimento all’idea che ne ha Raskòl’nikov e del suo occuparsi di una teoria del potere: «l’assurdità del suo pensiero è in primo luogo nel suo richiamarsi a Napoleone». È evidente che Jünger, aveva bene in mente le nozioni errate del termine e chi fossero gli ispiratori dell’uso strumentale. In breve, ponendo l’attenzione sull’«ambiente che lo circonda», riferendosi sempre a Raskòl’nikov e al romanzo di Dostoevskij, dove «si muovono figure che hanno un autentico rapporto con ciò che s’intende parlando di potere». 

Affiora secondo l’autore, «un elemento sacerdotale» in stretta correlazione con l’elemento della «sovranità» che è ben visibile anche nei Karamazov, nei Demoni e in Delitto e Castigo, nella figura di Svidrigajlov e nella «sostanza narrativa fondamentale» di Aljoša. Dunque, è possibile riscontrare in tali figure «un contraltare russo all’idea di Superuomo» in quanto trattasi di «un contraltare forse molto più vero». Il discorso fila e, tra le righe, notiamo il concetto dell’idea del Bene elaborato da Dostoevskij nei suoi romanzi, «che pur con tutto il distacco possibile da parte dello scrittore non possiede qui alcun pallore teoretico»; il Bene, «si vede qui attribuito piuttosto una sorta di pregio da museo» e il giudice istruttore Porfirij di Delitto e castigo non è altro che l’idealtipo dell’uomo occidentale. 

Il suo è solo un «antagonismo di natura psicologica» dal «valore secondario». Insomma, «quando Raskòl’nikov si decide a confessare non lo fa dinnanzi a Porfirij» ma decide di farlo con l’odioso «Polvere da sparo», il suo funzionario in sottordine. Una «correlazione non morale ma sacramentale» come Jünger l’ha definita, che permette a Porfirij dall’esimersi da un «intervento diretto» come Ponzio Pilato. Ma le percezioni e la sensibilità di Jünger non si fermano ai classici. Nella mente di Ernst si annida il genio che da del tu alla precognizione e va a braccetto con il destino.

Viaggiando da un luogo all’altro, trova il tempo di rammentarci che «nonostante siamo soggetti allo spirito dei tempi», cosa molto evidente ieri ma anche oggi, «non cessiamo mai di sottoporre a processo, in ogni campo della nostra attività mentale, i luoghi comuni a noi contemporanei». Cosa che non è preclusa a nessuno, quanto il saper riconoscere nella Storia, «la nostra storia, che è storia di fazioni, è completata da un occhio divino che la corregge» anche qui, un riferimento al concetto di «Sacro» e di «Immanente». Questo è ben visibile nelle opere dei grandi storiografici, nello storico, nel senso storico dove è possibile scorgere la traccia degli «archi la cui percezione si sottrae di necessità alle forze agenti», per il motivo che «queste forze possono essere paragonate a pilastri portanti». Ne abbiamo dimenticato definitivamente l’esistenza come l’essenza? 

Discorrendo a proposito delle immagini, di quanto «esse sono la base e il fondamento del ricordo» e di quanto l’uomo nell’epoca della «Modernità», continuasse a pensare che gli aggettivi «raro» e «originale» significassero la stessa cosa. Uno degli scempi delle incaute «tendenze umane» di cui fa parte anche la rimescolazione dei termini, nonostante «l’uomo nasca in modo originale e che esista anche un certo obbligo di mantenerlo in quello stato»; attraversando, letteralmente ma non solo, il dispositivo delle «tendenze umane», capace di minare seriamente la sanità di carattere, dei sensi, del palato, dell’intelletto, del linguaggio e della salute che caratterizza la nostra epoca. 

Ma chi sono i facilitatori di queste piaghe? Gli eterni ottimisti che Jünger ha perfettamente paragonato ai suonatori di trombone. I quali, risultano essere, l’esatto opposto dei meticolosi inclini al pessimismo. Nei meticolosi, troviamo «qualcosa di stabile e irremovibile, sono ripiegati in se stessi, gli altri hanno qualcosa d’instabile e volubile». Nei meticolosi, continua Jünger, «vediamo lo spirito all’opera secondo cerchi concentrici»; negli altri, «lo vediamo lavorare in sfere eccentriche»: l’utilitarista, il casinista, l’opportunista, il grossolano che suona il trombone, può essere oggi un filosofo e domani un funzionario. 

Nella corsa alle tendenze, l’irrilevante diventa rilevante. Il genio di Ernst, riesce tutt’ora a squarciare la coltre che ci pervade. Lo fa senza preamboli, in un’epoca la sua, dove l’emergere delle “stranezze” del mondo contemporaneo erano leggibili ma non da tutti. In questo lavoro, troviamo tutto l’acume nell’osservare le figurazioni che i luoghi, le genti e la natura offrono, del sogno e della realtà così contraddittori che «si nascondono l’unità e la molteplicità del nostro così enigmatico mondo», ritrovandoli «in ogni grande controversia del nostro tempo, in ciascuna delle sue teorie e dei suoi fenomeni significativi». Chapeau, silenzio e riflessione.

Pur essendo molto presenti anche «nel carattere di ogni individuo d’alto rango» non intaccano minimamente «questa contemporanea presenza dell’energia tremendamente scatenata e di un’irremovibile audacia di concezione»: il nostro stile, «uno stile di vulcanica precisione» che racchiude le energie telluriche, «la cui peculiarità potrà forse essere conosciuta per la prima volta soltanto dopo di noi e grazie a noi», senza gli stilemi della mondanità. Badando, piuttosto a «preparare il singolo al caso di emergenza, nel quale egli deve resistere al suo posto senza comandi e senza legami, come se fosse l’ultimo uomo», perché come ci insegna Jünger, «il valore di questa funzione rappresentativa» è più che riconoscibile «dal fatto che essa è capace di costruire punti di riferimento e di unificazione per l’intera comunità anche nel vivo dell’azione dissolvitrice», identificabile nella fine della «Postmodernità». 

Una distinzione che riuscì a cogliere anche in alcune annotazioni di carattere ornitologico. L’oggetto dello studio è il Picchio in generale. Un uccello che «nell’atto della creazione dev’essersi trovato in uno strano luogo», più precisamente e con la giusta intuizione, «là dove la linea di distinzione tra ritmo e melodia fu tracciata nel modo più netto». Dando vita così ad «un essere ritmico di prim’ordine» che mostra le sue doti e quella originalità nella ritmicità «da non lasciare spazio all’armoniosa musicalità» dalle diverse particolarità. Ma a render vivo il senso del viaggio, che è una caratteristica di Jünger, è anche la meditazione sul motto araldico «conosci te stesso». Il pensiero della morte e la condizione dei morti, i ricordi di guerra che si accavallano l’uno all’altro, il mistero del Tempo e la piena coscienza che «la morte è un’ulteriore amputazione, grazie alla quale ci sbarazziamo della totalità delle nostre membra», sprona il lettore a cimentarsi nell’ineluttabilmente paradosso di un’esistenza dedita alla «cecità della vita». Pregni come siamo della struttura aleatoria che «ci rende incapaci di capire il nostro corpo e persino il nostro spirito», sillabando la beltà di un tempo illimitato, di un tempo e di uno spazio a piacimento. 

Sono molto interessanti le elucubrazioni sui colori e gli orologi: «il grande orologio a pendolo appartiene alla casa e alla famiglia, così come l’orologio del campanile appartiene alla comunità». In questo stralcio, riconosciamo la sua personale interpretazione de “Il Mito dell’Eterno Ritorno” di Mircea Eliade, qualche anno prima della sua uscita. E ritroviamo, «il cerchio con i simboli in tutti quegli strumenti», quali erano le «pietre megalitiche disposte a cerchio e dal disco solare che segna le ore», scandendo l’incedere della nostra civiltà, fino agli strumenti che indossiamo senza più averne contezza. Ma attenzione: quello di Jünger non voleva certo essere un invito a vivere in un “Eterno Passato” con accenni tribali. 

Piuttosto, constatiamo quanto sia stato in grado di mettere in evidenza «il significato della consacrazione» e tutto ciò che comporta: «poiché da sempre, fra i caratteri che contrassegnano l’uomo, c’è il fatto che egli cerca di attribuire ai grandi momenti della sua vita un rango che trascenda il valore della pura e semplice data». Un monito e un “piccolo particolare” che i reverendi di ogni ideologia fanno finta di dimenticare. 

*Il cuore avventuroso. Figurazioni e Capricci di Ernst Jünger

(A cura di Quirino Principe – Guanda Editore, Prefazione di Quirino Principe, Pp. 192, euro 13)

 

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