La Cultura è una costruzione sociale secondo u.net

U.net, al secolo Giuseppe Pipitone, è diventato ricercatore ad Harvard grazie ai suoi saggi in cui ha ricostruito, ricorrendo anche a fonti orali, la storia della cultura hip-hop statunitense mettendone in evidenza la natura comunitaria di strumento di aggregazione sociale. Una delle ragioni per cui u.net è uno degli studiosi più interessanti della materia consiste nel rapporto, sempre presente nei suoi scritti, tra dimensione estetica e sociale. Se la gran parte della saggistica musicale si concentra sulle opere, in modo più o meno rigoroso, sorvolando sul contesto che li ha generati, sia esso filosofico o sociale, e riducendosi alla lista di quelle che sono più significative su criteri strutturali, le analisi dell’autore milanese partono dal presupposto che il fenomeno artistico sia generato dalla condizione sociale.

In questa visione le caratteristiche strutturali del hip-hop sono legate alla reazione di una comunità subalterna, di cui gli artisti fanno parte, alla condizione sociale in cui vive, generata dalle scelte di quella dominante, e che si contrappone, di conseguenza, alla rappresentazione liberal(e) della società come insieme d’individui che risiedono in un’unità amministrativa. Raccontandone le motivazioni sociali, emerge come un fenomeno artistico diventa Cultura quando l’aspetto formale è funzionale alla costruzione di un’identità collettiva, poiché è lo strumento con cui una comunità rappresenta, e definisce, sé stessa. La questione razziale, presente nel linguaggio dei filoni più socialmente impegnati, è quindi specchio di una diversità sociale che diventa evidente nell’aspetto visivo.

L’uscita di Stand 4 What segna uno spartiacque nella produzione di u.net poiché fa un’analisi del presente anziché del passato ed utilizza la musica come specchio dalla società. Se larga parte dei media liberal(i) raccontano la vittoria repubblicana del 2016 come il risultato dell’uso spregiudicato di fake news in grado di confondere il giudizio dell’elettorato, il racconto dell’America di Trump è centrato sulla delusione democratica. I giudizi più duri del libro sono per Clinton, le cui promesse sulla lotta al crimine si sono riversate in una repressione del ghetto, e per Obama, che non ha mai affrontato direttamente la questione razziale, che hanno preso larghissima parte del voto afroamericano per fare politiche favorevoli alla maggioranza bianca in quanto economicamente egemone. La questione della razza, in questa prospettiva, non ha basi biologiche, bensì economiche, poiché è una giustificazione del mantenimento del privilegio economico; in altri termini, mantenere l’esistenza dei ghetti implica escludere la comunità che ci vive dalla scalata sociale.

La descrizione dell’urbanistica statunitense, probabilmente adattabile anche a molte realtà europee, è centrata sulla suddivisione delle città in zone raggiunte dei servizi, destinate alle classi benestanti, e zone con il minimo indispensabile per risiedervi, destinate alle classi meno abbienti, con la conseguenza che vivere nelle seconde rende difficile, per una serie di motivi e.g., la difficile mobilità, l’ottenimento delle competenze che sono necessarie per la scalata sociale. Da qui emerge come il discorso razziale sia funzionale alla descrizione di individui che sono rappresentati come biologicamente inferiori per giustificarne la condizione d’inferiorità economica costruita, in definitiva, politicamente, e che ha come risposta un’identità sociale foriera di riscatto.

Non è quindi casuale che, durante la manifestazioni di Black Lives Matter, la folla cominci a cantare Alright di Kendrick Lamar, visto che è contenuta in un disco che, fin dalla copertina, espone il desiderio della comunità afroamericana di dignità sociale, e conseguentemente politica, ed è significativo che avvenga durante la seconda presidenza Obama, poiché è sintomatico dell’utilizzo meramente simbolico di quella candidatura. Lo sfruttamento commerciale della cultura hip-hop non impedisce, ad alcuni suoi filoni, di continuare a rappresentare lo stato della propria comunità di riferimento e ci ricorda che il motivo per cui l’avanguardia è diventata irrilevante giace nel suo essere divenuto un semplice svago per un pubblico a teatro, anziché essere un momento in cui la società si guarda allo specchio.

Andrea Piran

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