Elementi del Soggetto Radicale nel paradigma postmoderno

 

Pubblichiamo una delle due Postfazioni del saggio “Soggetto Radicale. Teoria e fenomenologia” di Aleksandr Gel’evič Dugin. Pensiamo che sia il momento giusto per cercare di dare degli orientamenti e delle sintesi. Come sempre le trattazioni che proponiamo sono aperte al confronto ed al dialogo senza nessuna preclusione concettuale e di pensiero. Suggeriamo di leggere attentamente anche l’Introduzione di Luca Siniscalco e la seconda Postfazione a cura di Andrea Scarabelli che trovate nell’opera, preziosi amici con cui si è intrapreso il  lungo percorso che ci ha portato alla realizzazione della curatela  di questo saggio. Buona lettura!   

Elementi del Soggetto Radicale

 

di Francesco Marotta

 

«Questo modo di porre il problema è nuovo, poiché in tutte le epoche che ci hanno preceduto si credeva ancora negli dèi, sotto una qualsiasi forma. È stato necessario l’impoverimento senza precedenti dei simboli per ricostruire gli dèi come fattori psichici, come archetipi cioè dell’inconscio»

(Opere. Vol. 9\1: Gli archetipi e l’Inconscio collettivo, I, 37-38)

Carl Gustav Jung

 

Dopo aver letto questo saggio è più che comprensibile porsi delle domande. Ma lo è ancor di più osservare e comprendere i processi nel loro divenire, con occhi sgombri e con l’obiettivo di porre un discrimen tra ciò che meramente esiste e ciò che è essenzialmente. Dunque, è opportuno osservare e porci delle domande per recuperare il fondamento principale del filosofare: l’affermarsi come azione controintuitiva che apre porte differenti da quelle della consuetudine. In questo saggio di Aleksandr Gel’evič Dugin, Teoria e fenomenologia del Soggetto Radicale, la gnosi, il senso delle radici, la filosofia e la metafisica, giocano un ruolo importante. Dunque, è giunta l’ora del domandare. Anzi, di passeggiare assieme lungo il perìpatos (1) della nostra era, lasciatoci in eredità da Aristotele. Lo richiede questo lavoro molto importante e introspettivo di Dugin. Il quale, come abbiamo visto, invita alla riflessione ma anche a sforzarsi di recuperare una coscienza smarrita ed una condotta. Pensare all’essenza delle cose è, al tempo stesso, il modo giusto per avvicinarsi a ciò che rappresenta Teoria e fenomenologia del Soggetto Radicale. È però d’obbligo, come direbbe Carl Gustav Jung, attraversare quella instabilità tra il «Tre» e il «Quattro». Ma più precisamente, ricorrendo all’importanza del ‘simbolo’ nel lavoro su di sé. A tal proposito, Jung non andò molto lontano, quando scrisse che «lo strumento psicologico che trasmuta l’energia è il simbolo», perché ha la capacità di rivitalizzare, fungere da catalizzatore e condensatore dell’energia psichica. Comprendere questo significa dischiudere la prima porta delle tradizioni, del costume e delle usanze. Solo questo tipo di esperienza significativa può dar vita ad un archetipo: individuando quei momenti di vita interiori ed esteriori, del sentire il Senso dello stare al mondo dei nostri antenati indoeuropei, dei greci e dei romani. Una eredità, per dirla ancora con Jung, cui possiamo chiedere dei consigli sullo stato delle cose, allontanando definitivamente le ‘forme senza contenuto’ della postmodernità (2).

Logicamente, sempre che ci sia la volontà di intraprendere un cammino, dove l’archetipo assume le sembianze di un ‘racconto’ e quelle di una narrazione simbolica che dà un senso ma anche lo scopo, all’agire dell’uomo. In altre parole, ciò significa adoperarsi per riconoscere il mito archetipico che stabilisce le differenze tra i cieli plumbei dell’Io individuale e razionale, rafforzando il processo di completamento con il proprio : «Il sé, nell’attuale attuazione dell’esperienza della vita, il sé nell’esprimere se stesso, è la realtà originaria» (3) . Superando lo schema archetipico del «Tre», ovvero, ciò che spinge l’uomo nell’epoca della postmodernità, verso un simbolismo classico ma di derivazione cristiana-ortodossa. Ma la concezione del «Quattro», individuata da Jung nell’assioma di Maria (“la quaternità è velata e indistinta”) e l’instabilità che intercorre tra il «Tre» e il «Quattro», spesso sono erroneamente riconosciute quali fossero delle divagazioni di carattere alchemico-fantastico; facendo molti danni e adombrando quello che è possibile scorgere nel «Sacro» e nei cicli della Natura. Nel giungere del Sole di Mezzanotte, nell’istante in cui Il Soggetto Radicale intravede le sue radici con forme diverse dal basso verso l’alto, per congiungersi con le fibre e le nervature del legno dell’Albero della Vita, sino alle sue cime apicali. In questo preciso «momento» storico, cruciale, dove la postmodernità giunge al termine: nella transizione che vede l’uomo non più un sognatore che sfugge alle preoccupazioni sulla parte femminile e oscura della totalità della postmodernità. Beninteso, il manifestarsi della Quaternità, include le tre funzioni che fanno parte della nostra particolare originalità: psichiche, simboliche, della «Natura delle Cose» (4) che contemplano anche la Saggezza, il Coraggio e la Temperanza, dei nostri antenati indoeuropei. Senza di esse, la Quaternità ci apparirebbe come una semplice estensione del simbolismo classico cristiano-protestante. Pur sapendo benissimo, al di là della propria confessione di culto, quanto questo abbia influito nella «visione del mondo» dei popoli euroasiatici.

  1. L’Essere e le radici del Soggetto Radicale

Esaminando cosa siano le radici per Il Soggetto Radicale, emerge prima di tutto la nozione di «radicamento», spesso confusa con l’alterità di carattere ideologico del radicalismo. Poco importa se esso sia religioso, politico sin dal al sec. XVIII nell’ambito della concezione liberale, inteso come un “rinnovamento” della società (l’elevazione dottrinaria del nuovismo), impolitico, psico-sociale, etc. Per afferrare il significato di «radicamento», l’ontologia di Aristotele ci viene in aiuto: passando ineluttabilmente dal superamento della concezione parmenidea e platonica dell’Essere. In primo luogo, l’Essere è plurale e non univoco, riconosciuto dall’Altro grazie alla sua originalità comune a tutte le sue differenze, in senso radicalmente pluralistico e immanentistico. L’Essere, diversamente dagli assunti platonici, porta in dote ogni tratto dell’Essere che non solo è differente dagli altri ma lo è di fatto in modo assoluto. Per quale motivo? Per la semplice constatazione che è privo di un’essenza che lo accomuni ai suoi omologhi. Chiarito questo, l’Essere secondo lo Stagirita non risiede in un mondo parallelo e/o oltre- sensibile che ci dovrebbe riportare alle «Idee iperuraniche» ma si colloca in una posizione immanente e cosmica. Possiamo dire che è molto più vicino ad un pensiero cosmologico che a quello metafisico.

La natura dell’Essere, risiede nell’aspetto “polivoco” delle forme sensibili. Cosa molto diversa da quello che sosteneva Parmenide riguardo alle due peculiarità dell’Essere, unitario e omogeneo. Per Aristotele contano i sensi che sono molto più importanti quanto la logica. Queste delucidazioni del filosofo greco, sono coerenti con le elaborazioni della logica e dei sensi. Una teoria corretta dell’Essere, considerando quest’ultimo come qualcosa che si dà in tanti modi, del tutto autonomi tra loro, pur avendo segni nel complesso simili, come dimostravano la metafisica e la filosofia molto tempo prima. La ragione astratta di Platone, da un punto di vista gnoseologico, cozza tremendamente con l’affidarsi ai sensi di Aristotele. Ovviamente, guardandoci bene dal fare una comparazione valutativa dei due giganti della filosofia, ma dobbiamo pur dire che lo stagirita indagò la natura plurale dell’Essere, ben conscio che questa pluralità si fermi nel momento in cui c’è il rischio che si trasformi in una contraddizione, in una assurdità logica. Chiarito questo, come ha giustamente scritto Alain de Benoist, «bisogna quindi che l’individuo sia membro di un gruppo (e consapevole della propria appartenenza) ma anche che sia chiaramente situato all’interno del gruppo (e consapevole della propria personalità)»(5) . Lo sradicamento dell’Essere non riguarda solo la sfera dell’ambiente di origine, dei legami sociali, dei rapporti organici, dei rapporti del mondo economico in preda alla finanziarizzazione dell’economia che impatta sulle componenti sociali, delle tradizioni, dei costumi e delle usanze. È prima di tutto «una patologia sociale dei nostri tempi, che rende gli individui maggiormente vulnerabili ai condizionamenti»(6) , smarrendo quelle giuste sensibilità che ci mettono in guardia dall’utopia universalista. Come dicevamo, uno sradicamento che include anche la mistificazione delle verità inconfutabili, ritrovatesi a far parte della Nuova geografia dei centri e dei margini descritta perfettamente dalla sociologa ed economista Saskia Sassen, molti anni fa: «L’ascesa delle industrie dell’informazione e la crescita globale, strettamente collegate, hanno contribuito alla creazione di una nuova geografia della centralità e della marginalità»(7) . Ma alla fine della postmodernità, siamo alle prese con un’inversione di polarità che qualche anno prima era quasi impensabile. Cosa sta accadendo?

Le rovine dell’economicismo sono sotto gli occhi di tutti. Per dirla con Michel Maffessoli, «le rovine dell’attivismo, alquanto paranoico, di un economicismo per il quale gli unici criteri sono l’utilitarismo e l’allettamento del lucro finanziario»(8) cedono il posto alla «ricerca delle radici», perché «è sempre una buona consigliera» per la ragione che «questa permette di cogliere la rinascita che il destino genera»(9). Eppure, rendersi conto di ciò che sta accadendo non è cosa da poco: i gruppi umani sono sempre più propensi ad integrarsi in un insieme più grande. Mantenendo ognuno le proprie peculiarità, particolarità e personalità. Formano oggi, quell’insieme che tutti riconoscono in un mondo che ormai è multipolare.

 

  1. Il Soggetto Radicale contro il dispiegamento totale dell’uniformazione

Il Prof. Dugin ha tracciato delle linee guida ma tocca ad ognuno di noi approfondirle. La cosa più importante è non credere di aver trovato un metodo di analisi che definisce le storture della mondializzazione e della globalizzazione, pensando che il lavoro intellettuale sia completamente livellato e privo di ulteriori analisi. Queste due fenomenologie totalitarie che hanno destrutturato i popoli, suscitano ancora critiche e resistenze. Come ha sottolineato il filosofo e saggista di origini bulgare Tzvetan Todorov, a proposito del totalitarismo, nonostante abbia avuto un approccio sin troppo schematizzato, esso è «un modello destinato a facilitare la comprensione della realtà, anche se non è possibile rintracciarne l’incarnazione perfetta nella storia […] l’idealtipo indica una tendenza» (10). Torodov ha impostato la sua analisi su tre livelli, preferendo anteporre delle premesse filosofiche, la struttura e lo strumento. Per ciò che riguarda le premesse filosofiche, il suo studio ha preso in considerazione i contrasti che intercorrono tra loro, ponendo l’accento sugli aspetti del determinismo e del volontarismo. In particolare, sulle congetture che indicano la Storia alla stregua di una casualità rigorosa che annulla il passato costruendone uno totalmente nuovo. Un altro aspetto considerevole, riguarda le alterazioni tra modernizzazione e tradizione, tra globalizzazione e industrializzazione. Quest’ultime, vengono considerate da Torodov sullo stesso terreno comune, perché «entrambe si oppongono all’affermazione dell’essere umano come fine ultimo delle nostre azioni; e i fini devono essere sopraindividuali (il popolo, il partito), o infraindividuali (la tecnica)»(11). Tralasciando le questioni che riguardano il partito, quello che dovremmo prendere in considerazione è che il totalitarismo ha una struttura orientata all’unificazione; possiamo prendere ad esempio, per quello che riguarda lo Stato, l’instaurazione del partito unico. Oppure, seguendo altri esempi, la normalizzazione delle notizie, la diffusione delle tendenze della società postmoderna, il nihilismo e le forme compulsive del narcisismo, del presentismo, dell’amministratività gestionale che pervade le nostre vite, la deriva dell’economicismo, dell’universalismo egualitario e la continua accelerazione in avanti dell’epoca in cui viviamo, etc. Ma chi ha davvero colto l’essenza del totalitarismo è indubbiamente Simone Weil, nel suo insieme di «macchina totalitaria»(12) che annulla le differenze e i vincoli sociali, decostruendo l’interesse dell’uomo verso il suo destino per mezzo di un mondo finto, della simulazione della realtà ma soprattutto della verità.

Dunque, Il Soggetto Radicale non può prescindere dalla ricostituzione dei rapporti sociali, dell’agire comune, e dalla riappropriazione del proprio spazio. Questo comporta anche la riappropriazione dell’ambito culturale, politico, dell’habitat, della propria identità e del legame comunitario contro uno sradicamento senza precedenti, ad opera del “Capitalismo Pneumatico”(13) e dell’inganno della mente, che «impone una visione del mondo inerente al capitalismo che chiude la vita umana in un mondo di finalità senza fini, di finalità prive di senso»(14). Per dirla ancora con Simone Weil, soffermandoci in questo scritto sull’importanza e sulla «perdita del legame comunitario, inteso come fitta e molteplice trama di relazioni tra gli essere umani e il mondo storico e naturale che li circonda»(15), emerge il carattere deteriore e negativo delle filosofie moderne, che auspicano il trionfo «di una moralità di tornaconto pari a quella della Scuola di Chicago»(16) e della razionalità sulla sensibilità. Riducendo i rapporti umani all’aberrazione dell’ideologia di mercato: dare solo per interesse e ricevere solo per una utilità di tornaconto, il mantra dell’utilitarismo patologico. Va da sé che Il Soggetto Radicale non può non tenere conto che pensare in termini di razionale è più che riduttivo, perché il razionalizzare è l’equivalente del semplificare. Inoltre, significherebbe ridurre la complessità dell’esistenza umana ad una serie di dati manipolabili ed accettare il primato della razionalità sul buon senso e l’intelligenza. Dopotutto, il fine ultimo dello sradicamento non è capovolgere questo paradigma, anteponendo una visione individualistica e utilitarista? Infatti, scrive sempre la Weil, «chi è sradicato, sradica»(17).

Siamo consci che è giunta l’ora di incominciare a tagliare, perlomeno una alla volta, le molte teste di questa Idra che ci riporta all’elemento acquatico(18). Superando le spire della postmodernità, consapevoli che la nostra potenza risiede nelle nostre radici profonde e immanenti che attraversano le ere, rigenerandosi nuovamente e rinnovandosi in continuazione. Quindi, possiamo dire che Il Soggetto Radicale ha la consapevolezza di essere un soggetto antropologico, metafisico, metapolitico ma anche politico: capace di porre una critica serrata alle radici dell’egualitarismo, dell’universalismo, al modello occidentale e della civiltà occidentale. Una critica, diretta a questo tipo di evangelismo e di pastoralismo dell’unificazione del pianeta, all’insegna del democraticismo occidentale. Il quale implica, non dimentichiamolo, la disgregazione delle strutture tradizionali. Sappiamo che l’uomo viene specificato dall’Altro per la sua cultura, prima di tutto per la sua cultura. Il compito che ci attende include la rivalutazione della geografia dei luoghi e la definizione delle coordinate spaziali, recise dall’ideologia dominate. E questo comporta anche il recuperare la nozione di Ethnos che nulla ha a che vedere con l’etnocentrismo, da intendere solo come una comunità che è caratterizzata dall’omogeneità, dalla civiltà, dalla lingua, dal percorso storico, dalla cultura, dai costumi, dalle tradizioni e memorie storiche, stanziate tradizionalmente in un determinato territorio e nell’insieme con molte più cose in comune di qualsiasi altri. Un compito difficile ma non impossibile, che spetta ad ognuno di noi.

  1. La personalità riaffiora dalla spersonalizzazione del nulla

La personalità vive giorni difficili nel dedalo accentratore della spersonalizzazione del dialogo tra l’Io ed il . La spersonalizzazione è una caratteristica principale della dottrina dell’universalismo egualitario e del neo- liberalismo. Tutti ci poniamo una domanda: che cosa è andato storto? È evidente che l’Io corporeo, psichico, relazionale, sociale e spirituale, sia stato completamente riscritto ad uso e consumo. L’elemento fisico e corporeo è diventato l’elemento distintivo di una dispercezione corporea, una vera e propria patologia ossessiva che corrisponde al nome di vigoressia(19). La psiche invece, è alle prese con le dipendenze e le nuove patologie, quali sono la dipendenza da internet, l’utilizzo patologico della rete, la dipendenza dal telefonino, lo shopping compulsivo, la dipendenza dalla televisione, dai videogiochi, la sindrome da affaticamento cronico, la già citata vigoressia, l’anoressia, etc. Una lista interminabile quanto sconcertante. Le relazioni sociali sono ostaggio del monopolio delle strutture sociali, intrise della «sociopatia manageriale» che ha alterato i rapporti interpersonali con la regola invalsa del mordi e fuggi, del puro interesse materiale e privato. La sfera spirituale è diventata il connettore con la New Age del III Millennio e del supermarket esotico delle pratiche e tecniche corporali, dell’oggettistica, della psicoterapia, dei simboli e feticci che neppure si conoscono ma è meglio farli propri, perché vanno di «moda». In parole povere, più che la ricerca di un benessere pare una fuga da sé stessi. Tutto questo accade, quando l’Io Persona viene sovraccaricato delle scelte che riguardano l’uomo, dalle responsabilità e dalle decisioni, quando viene interrotto il dialogo con il che ha un’importanza fondamentale: il raffigura l’interlocutore con cui l’Io deve dialogare continuamente, in modo conscio o inconscio, permettendoci di prendere le nostre decisioni. Perciò, Il Soggetto Radicale si trova oggi nella posizione migliore per capovolgere il modello dominante, ristabilendo l’equilibrio tra le due parti costitutive dell’essere umano. Molti di noi si chiederanno che cosa sia il . A venirci in soccorso è ancora Carl Gustav Jung: «Il non è soltanto il centro, ma anche l’intero perimetro che abbraccia coscienza e inconscio insieme; è il centro di questa totalità, così come l’Io è il centro della mente cosciente»(20).

I greci lo identificavano con l’ultimo daimon dell’uomo, per i romani era il genius innato, nell’induismo il è la realtà fondamentale dell’essere umano, che coincide con Brahman e l’Assoluto: «L’equazione âtma Brahaman, il Sé = Assoluto è l’insegnamento supremo non solo dei Vedanta ma anche dello Zen e del Wahdat-al-wudjudsufi»(21). Sempre secondo Jung, è un archetipo. Anzi, «l’archetipo di tutti gli archetipi». Lo descrive come «il volume complessivo di tutti i fenomeni psichici nell’uomo», per la ragione che «esso rappresenta l’unità e la totalità della personalità considerata nel suo insieme» ma è anche dell’avviso che «esso abbraccia ciò che è oggetto d’esperienza e ciò che non lo è, ossia ciò che ancora non è rientrato nell’ambito dell’esperienza»(22). Possiamo ben capire che il è il punto focale della personalità, l’ago della meridiana dell’uomo. Se l’Io è la «mente cosciente» il rappresenta una complexio oppositorum, la sintesi degli opposti. Prendendo ad esempio il Tao, la forza dello yang e la forza dello yin, notiamo che possono assumere le sembianze dell’eroe e del suo antagonista. Questo è ciò che pensava C.G. Jung, definendo il un «tutto organico e quindi come un’unità nella quale gli opposti trovano la loro sintesi», in quanto «empiricamente il Sé appare nei sogni, nei miti e nelle favole, in una immagine di “personalità di grado superiore”», alla stessa stregua di un re e di un eroe; «poiché un concetto del genere si sottrae a ogni rappresentazione — tertium non datur: esso è anche, per questa stessa ragione, trascendente». Ma è giusto non dimenticarsi che il è allo stesso tempo iscritto al destino, tracciando le coordinate esistenziali da una prospettiva fenomenica. Pertanto, Il Soggetto Radicale può benissimo osservare ma anche agire, facendo sua la celebre frase di Anassimandro: «Ciò da cui proviene la generazione delle cose che sono, peraltro, è ciò verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo necessità: le cose che sono, infatti, pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo»(24).

Dunque, non è sbagliato dire che il può indubbiamente aiutarci a comprendere il senso del limite e quello dell’idiosincrasia scaturita dal non limite. A tal riguardo, troviamo molto calzante la giusta interpretazione del pensiero di Anassimandro, analizzato da Giorgio Colli: «Le cose da cui è il nascimento alle cose che sono». Nella società postmoderna, come aveva giustamente fatto notare Jean Baudrillard, «molte cose sono oscene perché hanno troppo senso, perché occupano troppo spazio», guardandoci bene dal comprendere che «esse raggiungono così una rappresentazione esorbitante della verità, e cioè l’apogeo del simulacro»(25) senza intuire che ciò non può durare in eterno. L’invito del Prof. Dugin e con lui il nostro, è quello di tornare a decidere il nostro destino. Abbiamo già atteso sin troppo…

Isole Baleari, estate 2019

 

Note:

1. Dopo la morte di Platone Aristotele lasciò l’Accademia e iniziò un periodo di lunghi viaggi, durante il quale insegnò in varie città. All’età di cinquant’anni fece ritorno ad Atene e fondò una scuola, detta Liceo, perché vicina al tempio di Apollo Licio. Peripatos deriva dall’ononimo termine greco perìpatos, ‘passeggiata’, in quanto Aristotele faceva spesso lezione passeggiando per i vialetti del giardino.
2. Cfr. Carl Gustav Jung, Il concetto d’inconscio collettivo, cit.
3. Martin Heiddeger, Phänomenologie der Anschauung und des Ausdrucks, in Ge- samtausgabe, Bd. 59, hrsg. C. Strube, Klostermann, Frankfurt a. M. 1993, p.173, tr. it. di A. Canzonieri, a cura di V. Costa.
4. Georges Dumézil , L’ideologia tripartita degli indoeuropei, p. 32. Le Tre fun- zioni e la «natura delle cose».
5. Alain de Benoist, Le idee a posto, p. 141. Il radicamento.
6. Cfr. Alain de Benoist, Manifesto per una rinascita europea, a cura di A. Mar- cigliano, Edizioni Pagine, Roma 2005.
7. Saskia Sassen, Una sociologia della globalizzazione. Nuova geografia dei centri e dei margini. Einaudi, Milano 2008, p. 109.
8. Michel Maffessoli, Ecosofia. Un’ecosofia per il nostro tempo, Diana Edizioni, Collana Matrici, Radici del prometeismo, Napoli 2018, p. 26.
9. Cfr. Michel Maffessoli, Ecosofia. Un’ecosofia per il nostro tempo, Diana Edi- zioni, Collana Matrici, Radici del prometeismo, Napoli 2018, p. 25.
10. Tzvetan Todorov, Utilità di un concetto. Nazismo, fascismo, comunismo: tota- litarismi a confronto / Bauman… [et al.], a cura di Marcello Flores, Bruno Monda- dori, Milano 1998, p. 95.
11. Marcello Flores, Nazismo, fascismo, comunismo: totalitarismi a confronto / Bauman… [et al.], cit., p. 94.
12. Cfr. R.Esposito. L’origine della politica. Hannah Arendt o Simone Weil?, Don- zelli Editore, Roma 1996.
13. Francesco Marotta, Analisi/ Il “capitalismo pneumatico”: la benzina sul fuoco di un passato prossimo, https://francescomarottablog.com/, 26 gennaio 2014.
14. Francesco Marotta, Il dominio del nichilismo capitalistico e l’inganno della mente, http://www.ereticamente.net, cit.
15. Simone Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, traduzione di Franco Fortini, invito alla lettura di Laura Boella, Leonardo, Milano 1996, p. 8.
16. Francesco Marotta, Introduzione L’Alba dell’Impero, a cura di Giacomo Maria Prati, Aga Editrice, Milano 2019, p. 11.
17. Simone Weil, La Prima Radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, cit., p. 53.
18. Cfr. Il mare contro la terra. Carl Schmitt e la globalizzazione, a cura di Alain de Benoist e Julien Freund, Diana Edizioni, Napoli 2019.
19. La vigoressia indica una dipendenza eccessiva ed ossessiva dall’esercizio fisico a causa di una preoccupazione smodata per il proprio aspetto fisico.
20. Cfr. Opere. Vol. 9\2: Aion. Ricerche sul simbolismo del sé di Carl Gustav Jung, traduzione a cura di Lisa Baruffi, Bollati Boringhieri, 1997.
21. Cfr. Eugene Pascal, Realizza il progetto che è in te. Utilizza la psicologia jun- ghiana per sviluppare tutte le tue potenzialità, traduzione a cura di M. Citterio, Red Edizioni, Cornaredo (Mi) 1999.
22. Carl Gustav Jung, Tipi psicologici, Boringhieri, Torino 1968, pp. 467-468.
23. Ibidem.
24. Anassimandro [in Simplicio], fr. 12 B 1.

(“Soggetto radicale. Teoria e fenomenologia” di Aleksandr Dugin, a cura di Francesco Marotta, Andrea Scarabelli e Luca Siniscalco, AGA Editrice, 01/01/2019, Ppgg. 432, euro 28.00)

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