“La Vita Nacosta” di Terrence Malick è il racconto di un ribelle: il “singolo che non si è ancora piegato”

L’ultimo film di Terrence Malick, La Vita Nascosta, racconta la scelta di Franz Jägerstätte, un devoto pastore austriaco, di non prestare il giuramento di fedeltà ad Adolf Hitler che era richiesto a tutti coloro che venivano arruolati nell’esercito austriaco durante la seconda guerra mondiale. Ponendosi lontano da tutti i tòpoi narrativi tipici dei racconti ambientati in quel periodo storico, il regista si disinteressa della Storia, che confina a pochi secondi d’immagini di repertorio, e si concentra sulle motivazioni alla base di quella scelta, sulle sue conseguenze per il rapporto del protagonista con la comunità a cui appartiene e sull’accettazione della condanna a morte che gli viene inflitta dall’autorità. 

Dal punto di vista linguistico, il regista statunitense ricorre ad un struttura narrativa lineare al posto delle sperimentazioni alla base dei suoi lavori più recenti mantenendone al contempo tutti gli altri elementi strutturali i.e, la discrepanza tra suono ed immagine e la frammentazione del montaggio, che consentono la messa in scena del pensiero al posto della trama. La riflessione filosofica sviluppata nel film è la dialettica fra utilità i.e., il guadagno come metro di giudizio delle azioni, e giustizia i.e., la morale come guida dei comportamenti, che s’instaura quando la morale richiede un’azione che comporta una perdita. In questo caso, non essendoci una sintesi, l’individuo è chiamato ad una scelta tra le due alternative.

Il protagonista del film è un uomo pio e ligio al dovere, nonché soldato congedato dopo la resa della Francia, che ha una crisi di coscienza quando s’accorge del disprezzo verso l’altro, professato dal sindaco ubriaco nel sostanziale disinteresse degli altri presenti, alla base della guerra a cui ha partecipato. Il clero, a partire dal suo padre spirituale per finire col vescovo, ed i suoi concittadini non si oppongono pubblicamente a questa visione del mondo poiché convinti che, in questo modo, siano al di fuori dal raggio d’azione punitiva del regime. A partire da questa premessa, nel momento in cui viene richiamato sotto le armi, Franz Jägerstätte preferisce obbedire alla propria coscienza piuttosto che all’autorità, ed accettare la condanna a morte. 

Da questo punto di vista il protagonista è lo specchio del ribelle definito da Ernst Jünger i.e., il “singolo che non si è ancora piegato”, e che di conseguenza, si deve separare dalla sua comunità nel momento in cui quest’ultima ha rinunciato ai propri valori morali tollerando l’ingiustizia dell’autorità in cambio del benessere materiale. La differenza fra i due autori è la scintilla che consente al ribelle di sconfiggere la paura: la libertà. Se per lo scrittore tedesco essa è l’autogoverno di sé che è possibile qualora l’individuo mantenga ancora la purezza i.e., dei valori naturali indipendenti da quelli dell’autorità, per il regista americano è l’aderenza ai precetti morali che sono la base della civiltà i.e., la legge religiosa.

Questa differenza, frutto evidente della formazione cristiana del regista, è il motivo per cui il protagonista non si ribella passando al bosco, e cercando di ricostruire un’altra comunità, ma consegnandosi all’autorità in modo da testimoniare con la vita ciò in cui si crede. A tal fine, il processo a Franz Jägerstätte è narrato come la storia di un martire a cui viene insistentemente chiesto di firmare la fedeltà al regime poiché la sua morte sarebbe inutile. Come il Leonida raccontato da Miller in 300, Franz Jägerstätte è un uomo che accetta la morte poiché comprende che ci sono situazioni in cui la propria vita è il prezzo da pagare per far sì che vivano le leggi che regolano la civiltà.

Andrea Piran

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