Follie moderne/ L’inglese che vende barattoli d’aria gallese ai cinesi….

Il cruccio che affligge la nuova leva di economisti e di carrieristi che hanno scambiato una garçonnière in affitto, per una tastiera con l’identificazione di un sistema economico è il ponte tibetano che unisce l’economicità della gestione delle startup alla società. Un rompicapo che appassiona tanti illustri smanettoni, sempre pronti a distillare consigli utili per una giusta mentalità economica, su come raggiungere una tipologia di organizzazione della produzione per la commercializzazione di prodotti o servizi.

Non c’è che dire, è proprio un bel minestrone sciapo, dalle combinazioni fraseologiche che paiono uscite dalla “Mont Pélerin Society” di Friedrich Hayek e che si scontra, incessantemente, in una lotta per le investiture con il trumbè Giorgio, il legnamè Marco e la sciura Adalgisa. A suon di tweet e a colpi bassi: rifilati da fighetti indemoniati e provvisti di parecchie guide sulla «netiquette» (“galateo” della rete), prossimi alla vittoria. A condizione che, come abbiamo avuto modo di analizzare nell’articolo intitolato “Follie tecnologiche/ Sei teppe e un parametro unidirezionale” del 5 dicembre 2013, vengano poi esaltate le proprietà «della digitalizzazione che include l’opera omnia di un diritto che, facciamocene una ragione, include il diritto di copia del patrimonio digitalizzato della persona».

Tornando ad occuparci di startup, particolari, c’è chi non perde tempo e preferisce seguire alla lettera una mentalità economica mondializzata: l’estremo adattamento ad una fugace variabilità, nella vita e nel lavoro? Leo De Watts è uno startupper inglese che ha scelto di seguire la scia chimica dell’opportunità di una carriera. Tranquilli, non è uno scherzo. E se è vero che siamo alle prese con una “società liquida”, perfettamente descritta da Zygmunt Bauman, lo è ancor di più e sotto ogni aspetto, la domanda-offerta di una componente essenziale per la sopravvivenza.

Il vecchio credo dei marchettari di professione e dei venditori di ghiaccio agli eschimesi, va a farsi benedire: nelle campagne del Dorset, del Somerset e del Galles, c’è una miniera d’oro a costo zero. L’aria. Il giovane e pugnace inglese, ha pensato bene di raccoglierla in barattoli e farne un elisir contro lo smog, da rivendere a caro prezzo (80 sterline a barattolo) agli abitanti delle inquinatissime metropoli asiatiche di Pechino e Hong Kong. Dopo tutto si sa, l’aria fritta non ha frontiere.

Bene, immaginiamo allora, quanto possano essere d’aiuto per l’economia reale, le due massime del razionalismo strumentale che hanno pervaso Watts, e che ci permetterebbero di riuscire a fare «l’impossibile», sostituendo il possibile con il vogliamo-e-possiamo, instillati nell’ennesima tendenza maniacale: l’occidentalismo in formato esotico nelle regioni della “Via della Seta”. In fin dei conti ad emergere, è solo il lato da novello Chateaubriand della distribuzione della miseria coast to coast, accessibile a tutti.

La stessa scuola che già in Inghilterra a partire dal XVIII secolo in poi, abbozzò la vanità di un Occidente dedito al superfluo e alla tracciabilità, insensata, di un orientalismo e di un esotismo pittorico ed artistico, che permeò anche le stranezze e i gusti delle società del ‘700 e dell’800. Restituendoci un’opera caricaturale e riformista, delle abitudini borghesi che imprimevano un’ulteriore spinta, alla corsa coloniale del continente asiatico; spostando il tiro da una eccentricità naïf ad una dinamica imperialista, modificata nella poca conoscenza della realtà storica d’Oriente.

Ma lo startupper inglese, ha superato se stesso ed è riuscito a valicare le distinzioni e le interazioni tra Occidente ed Oriente, restituendoci le effigie di un Sol Levante alle prese con le stesse manie del Vecchio Continente. Pronto a credere in un feticcio da tenere sul comodino e in una necessità dubbia, di un respiro a “buon mercato”. L’imprenditore inglese ha già venduto in poche settimane 180 barattoli d’aria pura. E con loro, una quantità cospicua di cosa siamo diventati pur di credere nei piaceri effimeri, di un’utilità confusa.

E di un’insidia, che trasuda inquinamento e che capitalizza, snaturalizzando, un ricordo in cui l’aria era uno dei quattro elementi, intangibile e difficile da afferrare. Quanto, le allucinazioni di una natura umana che ha deciso di dissolversi in una nube indistinta. Saltimbanchi e fruitori delle «riforme del lavoro», occupati a vendere e a comprare, una concezione di vita basata sul bisogno. Un articolo personalizzabile, offerto per una scampolo di “felicità”. Un inganno che richiama all’irreversibilità dell’immagine, qualunque essa sia. Pensando ma facendosi pensare.

Francesco Marotta

 

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