Andrea G. Pinketts, quando Milano diventa “noir”

Ghermire la vita dal 1945 in poi ha un senso. La contemporaneità di una narrativa romanzata, non conforme, da rileggere possibilmente senza essere assorbiti da uno squallore generazionale privo di indugi. Andrea G. Pinketts ritorna, nel vero senso del termine e sempre che ce ne sia mai stato bisogno, trasfigurando in prima persona l’humus della sua ultima storia: Mi piace il bar (Barbera Editore), sregolatamente estraneo ad ogni parodia moderna dell’uomo in grigio propenso a giocare una gara apparente con se stesso, nel nome di più status symbol. Pinchetti (alias Pinketts) si racconta, lo fa a modo suo, ripercorrendo tutto d’un fiato gli anni ’80, ’90 e l’ultimo decennio, l’impersonificazione totemica del delirio.

Da quale miglior posto se non un luogo, un bar adibito a casa, ufficio e alcune volte giaciglio estemporaneo ? La ritmicità della vita e della gente è sociale, alcune volte bugiardamente commercializzata ed in essa, però, si trova un segreto in cui l’autore fa suo un obiettivo: il coraggio e la risolutezza di estraniarsi da ciò che lo circonda, dannatamente messo in vendita, misurandosi con una contaminazione immessa in una società artificiosamente multi direzionale. Discernendo la realtà dalla menzogna e al contempo, mantenendo una purezza inviolata, delle idee. L’esigenza di scrivere non è un’esposizione in mosaico di un acquarello bahiano.Pinchetti non è un turista per caso dalla sosta facile. Fermarsi ha un significato è una chiamata, scrivere in un luogo dove il pensiero, ebro dell’esistenza di un foglio in bianco in cui la mano scorre libera senza l’avvilente realtà artificiale di una tastiera a portata di mano, ha un sapore particolare: la speleologia dell’anima in un viaggio a Cuba. Una scelta atipica, una Montblanc Shiller tra le dita, lasciandosi alle spalle ben volentieri le convenzionalità di un’esperienza alla Bodeguita del Medio ( le convenzionalità di una vita banale), scegliendo la leggenda, l’Havana Central.

Trent’anni intensi che scivolano tra le righe inebrianti della conflittualità intermittente dei difficili anni ’70, racchiusi in una comunità, nella propensione a simpatizzare per il Fronte della Gioventù e le esperienze San Babiline. Tali da dover scegliere, in una sperimentazione per nulla ideologizzata, la sua, l’obbligo di dover cambiare istituto scolastico, all’epoca il liceo scientifico, per “semplici” dubbi dottrinali provenienti dal corpo insegnati. Un corpo autentico e sinuoso, quello di una donna che non indossava l’eskimo di rappresentanza, strappata al pericolo di una logica costante degli ammiratori giovanili del celebre Botti Beppe, protagonista di una delle più riuscite canzoni di Fabrizio Marzi. Pinchetti, incontra Dannunzio in ogni suo viaggio. Dagli anni dell’opulenza conclamata, gli anni ’80 e i primi anni ’90 in una Venezia internazionale, esaminando con Tinto Brass, all’epoca, la reale possibilità di scrivere una sceneggiatura di un film mai realizzato dedicato al “Vate”. L’originale prende piede e si manifesta: una forma di dialogò stretto secondo la definizione conferitegli da Lenin,“unico rivoluzionario d’Italia.” Nel dialogo a due, privo di ogni tipizzazione da assenzio liquido attuale. Un presupposto irrealizzabile e una pellicola miscelante un’opera valoriale, poco esclusivista e mal digerita dal protagonista dell’impresa fiumana.

Piacere un bar, allegoria di una comunità mai estinta dall’incedere universale, intrinseca nell’abbandono viscerale ad un cinegenere francese, Polar (poliziesco più noir), congiunto alla complessità energica e concettuale di un Giallo Latino. La pausa da una vita permea di controsensi sino all’approdo, attutito da un tappeto di chiodi dell’invasività dei thriller all’americana. Una miscela esplosiva in grado di racchiudere le velleità politico-culturali nella più appropriata sintesi: “morirono ammazzati Ramelli a Destra e Varalli a sinistra. Si finiva nelle bare ignorando i prossimi anni di piombo. Noi, che non avevamo avuto una morte eroica o stupida, spesso le cose combaciano, tentammo con l’autodistruzione.” Ricordando alcuni di loro, limpidi nel credere come tanti, nella possibilità di un’adeguatezza che non contemplava la connivenza estetica o l’apparire sollecitato da libidine rampante, vissero senza troppi imbarazzi dei tempi. Rimasero loro stessi.

In un’autobiografia senza postumi, di una vita come la definisce Andrea, corta, non breve, ma larga. Jack London ringrazia: quindici uomini sulla cassa del morto. Di una vita vissuta in cui Mi Piace il Bar non contempla un rimasuglio di passato. Degno e meritevole di un’adeguata interdipendenza con il presente. Senza eccezione, richiamando alla mente una comunità mai assestante. Di chi accetta le sfide: da chi spala la neve a chi si adombra da amante del quieto vivere, le uniche certezze risiedono in ciò che si è. In un luogo, qualunque esso sia, dovunque tu sia il medesimo, reperibile lontano da “Hank” Chinaski. Propenso a nessuna possibilità di un rimasuglio-nettare di vita, dischiusa. Avaro ? No, semplicemente vivo, in un mondo di automi.

Francesco Marotta

 

Andrea G. Pinketts

Mi piace il bar

Barbera Editore, 2013

ppgg. 192 – 13,90 euro

 

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