Lynyrd Skynyrd/ Le sette vite del rock made in Dixie

 

Le glorie del rock vanno e vengono. Alcune muoiono prematuramente, lasciando un vuoto incolmabile, dove spesso è possibile individuare degli eccessi e dei fraintendimenti, che vanno oltre il lascito artistico. Capita a volte che l’humus musicale possa essere confuso con l’humus culturale. D’altronde, l’America è un Paese strano che ha dalla sua la caratteristica principale, di assomigliare a una culla delle contraddizioni e dei miti scarabocchio, costruiti appositamente per incrementare il fenomeno dell’apparenza. Il quale, a sua volta ha generato una quantità industriale di mitomani anche da noi in Italia. La società americana è una complessa stratificazione “unitaria” in cui si intrecciano superficialmente, come elementi cumulativi del tutto, i cliché e i modelli subculturali.

Sono passati pochi giorni da quando nel South Carolina hanno deciso di ammainare definitivamente la bandiera confederata. I lettori dei “Diari di Turner” e le commistioni, incastonate alla perfezione nei manuali di zoologia fanta-politica in mano ai suprematisti, (una delle tante creature made in USA del «Repubblicanesimo») largamente sovvenzionate dalla lobby presbiteriane-battiste, hanno subito un duro colpo. Un cambiamento drastico che ha intaccato anche la sfera musicale del profondo Sud degli Stati Uniti. Le vecchie leve del Southern rock (il suono del Sud), quali sono i componenti della band dei Lynyrd Skynyrd, formatasi tra una rissa ed ettolitri di alcol nel 1964 a Jacksonville in Florida, ora, non gli rimane altro che fare ammenda. Rientra nel gioco perché è la prassi.

Nell’intervista al cantante Johnny Van Zant dal titolo «Lynyrd Skynyrd, la band che sfida la morte: “Le nostre storie aiutano la gente a vivere”», a cura di Michele Chisena su La Repubblica del 12 luglio 2015, traspare un attaccamento alla bandiera confederata vista come «un’eredità storica». Quanto fare i conti con un genere diverso di interlocutore: l’opinione pubblica che non di rado ha la solerzia di innescare processi, consolidando il richiamo alla “libertà” degli Stati Uniti. La solita vena accusatoria che a sua volta, ha il beneficio del dubbio a seconda delle opportunità, di cambiare presto idea, persino nei confronti di un genere musicale e dei suoi rappresentanti. Tutto deve filare liscio e, a un occhio non attento, potrebbe sembrare il risultato dei fatti di Charleston, partoriti dalla mente disturbata di Dylann Roof, che di suo ha assimilato in toto la putrefazione narcisistica e ossessiva, di una società basata sulla competizione. Qualunque essa sia.

E per chi ha piena fiducia nel liberalismo e nella morale a stelle e strisce? Senza dubbi dovrebbe ricordare che proprio a questo, sono serviti l’ampliamento e il conseguente scontro tra le diverse sottoculture delle minoranze. In una società definita a più riprese da Ray Bradbury, come la quinta essenza dell’arrivismo e del consumo, (Repubblicani e Democratici qui sono uniti dall’unico sentire) è facile distogliere lo sguardo da un termometro incandescente: una spia luminosa che indica uno stato patologico e la sua deriva. A metà tra le manifestazioni di giubilo per i diritti e l’uguaglianza, e, la spirale che include l’esatto rovescio della medaglia; il bluff del conservatorismo repubblicano. Un capolavoro che è il peggiore degli incubi del sistema sanitario, penale, sociale, mediatico ed economico d’Occidente, che per difetto non si fa scrupoli ad irrompere nella scena artistica e culturale.

I tempi sono mai cambiati per Johnny e la sua band ? Il cantante ha espresso il suo parere che non farà certo piacere a parecchi dei suoi fan: «Il colore della pelle non è importante: siamo differenti fuori, ma uguali dentro». Le indiscusse contaminazioni col il boogie, il blues ed il rock, l’honky tonk e la personificazione classica sudista, vanno a passo coi tempi. Augurandosi l’ascesa di un nuovo Ronald Reagan ma, mantenendo un profilo democratico e con il massimo rispetto per il suo attuale Presidente. L’ugola d’oro tradisce la voglia di un ritorno alle gesta della Bush family. Evidentemente, le gesta di Obama, non possono competere con il credo monolitico del repubblicanesimo americano. Scopiazzato in malo modo dall’Atene classica, risorge dai momenti in cui è più in difficoltà. Dalla bocca dei suoi cantori, è pronto per l’ennesima edizione della staffetta statunitense. E noi, sappiamo bene cosa significa, passare dalla padella alla brace ? Come Johnny ci insegna, purché sia a suon di rock and roll.

Francesco Marotta

 

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